Con la coerenza che lo contraddistingue, il Cavalier Ezio Rivella, ex presidente dell’Associazione enologi italiani, dell’Associazione mondiale degli Enologi, del Comitato nazionale Doc, dell’Unione Italiana Vini, ex vice presidente dell’O.I.V. ed ex amministratore delegato della Banfi, in una interessante intervista pubblicata sul sito ufficiale dell’Associazione Italiana Sommeliers e firmata dal giornalista Franco Ziliani, non risparmia critiche nei confronti dei produttori soci del Consorzio del Brunello di Montalcino, del suo gruppo dirigente e della stessa Banfi. La sua posizione è sempre stata chiara, e di questo non si può non dargli atto, al contrario di quanto hanno fatto quei produttori che, prima dell’assemblea del 27 ottobre, erano fra i fautori del cambiamento dei disciplinari di produzione, e poi hanno votato no su tutti i fronti, vuoi a causa della votazione palese, vuoi per via delle indagini in corso, vuoi per la votazione fatta pochi giorni prima da un cospicuo numero di produttori che asserivano di voler mantenere l’attuale disciplinare.
Leggendo però l’intervista, appare sempre più chiaro il divario che c’è fra chi fa imprenditoria, con ovvi scopi lucrativi, e chi del vino ne fa una filosofia di vita, dove il guadagno ha la funzione normalissima di contribuire a svolgere la propria esistenza in modo dignitoso, mentre il desiderio di comunicare attraverso il vino qualcosa di sé, che appartiene alla sua storia tramandata di generazione in generazione, ha un peso sostanziale ed è la vera molla che lo spinge a dedicarsi a un mestiere non facile e fortemente dipendente dai cicli naturali.
Visioni così lontane non possono avere punti d’incontro, è evidente, e quindi la spaccatura c’è realmente, anche se il 27 ottobre si è fatto finta che ci fosse coesione d’intenti.
Nell’intervista Ezio Rivella conferma la sua visione: ci vuole un disciplinare elastico, “che è l’unico che funziona, e dovrebbe essere adottato da tutte le Denominazioni, importanti e no, perchè l’esperienza ha dimostrato che è il solo in grado di innestare il processo virtuoso di confronto e miglioramento qualitativo della produzione“. La mancanza di questa elasticità, secondo Rivella, favorisce comportamenti come quello avvenuto a Montalcino: “Non si vuole assolutamente catturare l’attenzione della Procura, esponendosi con opinioni o dichiarazioni di intenti. Cosa comprensibilissima, eppure questo partito c’è, lo si assaggia nelle bottiglie, e sarebbe perfettamente legittimo farlo riemergere in futuro, se non altro, per rifondare la coesione tra i produttori“.
In parole povere, se il disciplinare del Brunello di Montalcino non fosse stato rigidamente ancorato al sangiovese 100%, oggi la Procura non avrebbe avuto motivazioni per indagare.
Ma il problema, caro Rivella, non è il disciplinare, bensì l’assurdo, incontrollato, e questa volta davvero suicida incremento esponenziale di vigneti, senza che venisse fatta a monte una verifica sulle possibilità di fare un Brunello degno di questo nome.
Se è il denaro a fare le regole, allora non c’è disciplinare che tenga, non prendiamoci in giro. Perché allora sono nati i super tuscan? Non era proprio per evitare di essere ingabbiati nelle regole più restrittive di una doc o docg? Se si vuole sperimentare, per verificare quali siano i risultati migliori, senza essere condizionati da un disciplinare già definito, basta puntare all’Igt. E no! Ci mancherebbe altro, il nome Brunello di Montalcino ha una eco mondiale e un ritorno economico senza confronti.
Quindi la logica industriale dice: smontiamo l’attuale disciplinare e adeguiamolo alle esigenze di mercato, introduciamo le modifiche che occorrono per muoversi più liberamente senza dover scendere di livello, bensì rimanendo docg!
Egregio Cavalier Rivella, lei dimentica, ma non è solo lei purtroppo, che una denominazione di origine controllata dovrebbe rappresentare il vertice della piramide, la ciliegina sulla torta, il fazzoletto di terra dove dimorano i migliori cru. Invece, per ragioni puramente commerciali, questo fazzoletto viene allargato a dismisura e senza alcuna verifica sulla qualità effettiva dei terreni, ben sapendo che a 200 metri di altitudine è quasi impossibile fare un grande sangiovese, se non si ricorre ad aiuti vari in vigna e cantina. L’errore è a monte, ma di questo non ne parla. Meglio modificare le regole, adeguarle alle esigenze commerciali.
Un altro passo, che definirei quantomeno esilarante, è questo: “Cosa risponderanno i produttori di Montalcino, quando si sentiranno dire che la Toscana è piena di Sangiovese 100%, tutti più o meno buoni, ma soprattutto molto meno costosi?” e ancora “Il Disciplinare rigido tende a far produrre vini tutti uguali, che la competizione spinge fatalmente verso il basso. Il rispetto del Disciplinare diventa una giustificazione per produrre vini scadenti. Un Disciplinare più elastico, che pone un limite minimo all’utilizzo del vitigno base, stimola i produttori alla ricerca qualitativa, e consente ad ognuno di caratterizzare il proprio vino.“.
Dunque in Toscana è pieno di sangiovese 100% (dove? certamente non nelle docg, visto che l’unica rimasta era proprio quella del Brunello), ma non è esattamente il contrario? Che dalla Sicilia al Veneto è pieno di vini fatti con uve internazionali (sempre le stesse) e con metodi enologici che a volte rendono difficile persino riconoscerne la provenienza? Dunque i vini fatti con uno stesso vitigno diventano tutti uguali, perché quando parla di “disciplinare rigido”, si riferisce sempre al problema del monovitigno, dunque il vitigno ha un’influenza determinante sul risultato finale. Qualcosa non torna. A me sembra che si stia giocando un po’ troppo. Il vitigno è solo uno degli elementi che contribuiscono alla produzione di un vino, poi ci sono i diversi terreni, le esposizioni, l’altitudine, la mano dell’uomo, le scelte e i metodi diversi in vigna e cantina, la variabilità del clima, che non è quasi mai omogeneo. Perché allora incaponirsi sul sangiovese, farlo passare per un vitigno problematico, attribuirgli l’appiattimento dei vini, invece di ammettere che i grandi vitigni sono SEMPRE quelli più difficili ed esigenti, ma proprio per questo quando vengono allevati nei terreni giusti dànno risultati straordinari e unici, da vigna a vigna. Ne sono un esempio lampante il Barolo e il Barbaresco, sfido chiunque a trovarli tutti uguali…tutti vini taroccati?
Pienamente in disaccordo con le dichiarazioni del Cavaliere. Anzi, sinceramente spaventa un po’ che proprio un uomo della sua esperienza possa ragionare in termini di “elasticità” riguardo ai disciplinari di produzione. Purtroppo le conseguenze allontanerebbero il prodotto D.O.C.G. dalla tipicità del territorio, concetto chiave fondamentale e sui cui si basa proprio la rigidità del disciplinare.