Tre ore di dibattito, a tratti acceso e di difficile moderazione da parte del prof. Armando Cutolo, antropologo appassionato di vini ma non certo esperto della materia del contendere. Quel pomeriggio a Siena, durante il quale un forte mal di testa mi ha impedito di trovare la forza di esprimere il mio pensiero, c’erano a occhio un’ottantina di persone, le sedie erano tutte occupate (60 posti) e un buon numero di presenti era in piedi ad ascoltare Ezio Rivella e Vittorio Fiore in contrapposizione a Franco Ziliani e Teobaldo Cappellano.
Tre ore indubbiamente intense, di cui potrete trovare resoconto completo e video sul sito di Vinarius, l’Associazione Enoteche Italiane che ha organizzato l’evento svoltosi nell’Aula Magna storica dell’Università di Siena a partire dalle ore 15. Pochi i produttori ilcinesi presenti, a dimostrazione di come ancora una volta, sostenitori del “pensiero Rivelliano” e oppositori si guardino bene dal lasciarsi coinvolgere, come se la cosa non li riguardasse minimamente. Meglio stare lontano, lasciar parlare ed esporsi altri, filosofia a quanto pare ben radicata nella zona. D’altronde, come ha evidenziato lo stesso Rivella, l’azienda che ha contribuito più di chiunque altro a rendere il Brunello di Montalcino famoso nel mondo, o meglio quel modello di Brunello, è la Banfi, di cui è stato amministratore delegato per quasi trent’anni.
Com’è andato l’incontro? Per certi aspetti è stato utilissimo comprendere più a fondo le diverse concezioni e filosofie che guidano il modus operandi dei contendenti, ma quello che è emerso in modo inequivocabile è l’impossibilità di punti di contatto concreti. Posizioni distanti anni luce che, sintetizzando in modo molto semplificato ma chiarificatore, rappresentano da una parte la filosofia industriale moderna, che vede nei successi commerciali l’obiettivo primario, proponendo un modello produttivo totalmente improntato a soddisfare le richieste del mercato, senza ovviamente porsi il problema se questo andrebbe educato, acculturato su un mondo che non può ridursi solo a mero consumo, dall’altra l’idea di una realtà dove l’etica, i valori di un territorio, il rispetto delle regole, l’orgoglio della propria storia e l’unicità del proprio background di esperienza umana e territoriale siano elementi inscindibili e fondamentali, da sostenere con forza, che devono essere rinvenuti fedelmente in quella materia viva e preziosa che è il vino.
Si è discusso fra l’altro, del futuro di Montalcino, ma senza alcun risultato concreto, tanto lontani sono i propositi e i principi delle due diverse fazioni. Ed è del tutto ovvio che sia così.
Rivella ha dimostrato in più occasioni una arroganza, una maleducazione e uno scarso rispetto per i suoi antagonisti (e non solo) che hanno messo in luce i limiti delle sue stesse convinzioni in più occasioni, sminuendo l’importanza e il ruolo di Cappellano, “produttore da 10mila bottiglie che non ha alcuna influenza sul mercato e non ha nulla da insegnargli”, Ziliani che “ha alimentato e tratto beneficio da questo scandalo per farsi conoscere”, una squallida citazione sul defunto Veronelli, che “aveva smesso di premiare la Banfi da quando questa aveva smesso di acquistare le sue barriques”, fatto che Veronelli non potrà mai contestare e che nulla a che vedere con il tema del giorno, ma che è servito a Rivella per dimostrare che all’occorrenza chiunque può diventare “leccaculo” (sua affermazione), ovvero è comprabile. Non contento della sua già evidente poca cortesia, non ha consentito ad una giornalista di finire il proprio intervento perché “tanto ho già capito cosa vuole dire”. Peccato, perché di tutto questo non c’era bisogno, visto che il dibattito, a parte le sue uscite, ha avuto toni assolutamente rispettosi e corretti.
Ziliani ha ovviamente espresso le sue ragioni, ricordando che da anni alle sessioni degustative molti avevano rilevato Brunelli dai colori impenetrabili, dai profumi che nulla ricordavano del sangiovese, giustificati con la “presenza di nuovi cloni con maggiore corredo antocianico”, vini sempre più marmellatosi, con note di cioccolata, vaniglia, confetture di more, tutti elementi che provengono più da pratiche di cantina e da abili “tagli” ovviamente mai dichiarati. Ma è lo stesso Rivella, forse perché sempre più in difficoltà nel trovare argomentazioni, a dichiarare che a Montalcino si “è sempre fatto così”, ovvero che il Brunello secondo il disciplinare è una pura fantasia. E’ buffo pensare che un uomo che non ha mai creduto nelle reali possibilità del sangiovese si sia occupato per trant’anni di un vino che avrebbe dovuto esprimerne il carattere.
Il vero problema, e lui lo sa bene, sta nella assurda crescita degli ettari vitati, in aree dove il vino, e soprattutto il Brunello di Montalcino, non potrà mai esprimere la qualità che gli compete. Ecco allora che diventa necessario modificare il disciplinare con lì’introduzione (tanto per cominciare) di un bel 15% di uve “migliorative”, a dimostrazione dei limiti di un vitigno che però è servito come simbolo di un’unicità e grandezza a quanto pare puramente inventate (diciamolo a Soldera, Biondi Santi, Palmucci ecc., che i loro Brunelli o sono taroccati o non possono essere grandi vini di territorio).
E poi “sono i vini che Ziliani indica come taroccati che hanno avuto successo e premi nel mondo”.
Con questo approccio, che guarda sempre e solo al ritorno economico senza preoccuparsi minimamente del “come ci si è arrivati”, è evidente che non è possibile trovare un punto di incontro, né fare progetti sensati sul futuro del Brunello e, per logica conseguenza, del vino italiano.
Già, perché le sorti del Brunello di Montalcino, quale che sarà la direzione che prenderanno, porteranno inevitabili ripercussioni su altri grandi vini italiani, primi fra tutti il Barolo e il Barbaresco (per il quale in passato ci aveva provato Angelo Gaja, proponendo l’ingresso di altre uve nel disciplinare per seguire le esigenze del mercato).
Difficile non farsi prendere dall’amarezza di fronte a persone che promuovono disciplinari “elastici”, da adeguare alle esigenze di ciascun produttore (e di un mercato in continua trasformazione). Posizione che non è giustificata dal fatto che Rivella non essendo nato e cresciuto a Montalcino non ne riconosce le radici e la storia, visto che in Toscana ci sono fior di produttori provenienti da ben altre regioni (vedi ad es. Soldera di Case Basse o Paolo De Marchi di Isole e Olena), ma piuttosto che ha più lo spirito dell’imprenditore che del vignaiolo (che non è mai stato).
Certo, quando poi lo senti parlare di “qualità” come elemento principale che deve caratterizzare un vino, e leggi sulla home page della Banfi “Per un mondo del vino migliore”, un certo ribollimento del sangue diventa quasi inevitabile.
Il resoconto completo dell’incontro è sul sito di Vinarius.
Sì, hai ragione: due mondi incompatibili. Visto da un punto di vista strettamente industraile e capitalistico, il pensiero di Rivella non fa una piega. Ma è come dire che le discoteche e il Grande Fratello sono meglio della tragedia greca e di Joyce perchè hanno più “consumatori”. Non mi è piaciuta però l’equiparazione tra il caso Brunello e una sola azienda, Banfi, la quale se ha delle colpe, essendo sotto inchiesta, pagherà, ma che ancora condanne non ne ha subite. Additare Banfi come il “grande vecchio” colpevole di tutto mi pare operazione semplicistica e molto demagogica. Chi è un po’ più addentro alle cose sa che la questione è assai più complessa e sfaccettata. Ma mi rendo conto che si tratta di argomenti sottili, inadatti a un dibattito pubblico.
Aggiungo che non me la sento di criticare Rivella: è stato se stesso, anche nei tratti sgradevoli del suo carattere, e non si è nascosto. Si sarebbe forse preferito che lisciasse l’auditorio? Io lo preferisco così.
Ciao,
Stefano Tesi
Certo Stefano,
è preferibile conoscerlo per quello che è, ma non direi che sia un ottimo esempio di cordialità e rispetto. C’è modo e modo, anche senza arrivare a offendere, di dire ciò che si pensa.
Su Banfi ti dò ragione, ma l’aver accentrato troppo l’attenzione sull’azienda da parte di Ziliani credo dipenda proprio dall’importanza dell’interlocutore e non tanto dal desiderio di additarla come fautrice di tutti i mali di Montalcino.
Caro Roberto,
non è facile trovarsi a fronteggiare come accusato un uditorio tendenzialmente ostile. E, aldilà dei modi, come giornalista cerco sempre di giudicare la sostanza di quello che si dice. Dal suo punto di vista, quanto ha detto Rivella è legittimo, ancorchè da mio punto di vista non condivisibile. Quanto a Banfi, è vero che l’azienda è un simbolo però, ripeto, sarà per deformazione professionale ma a me le generalizzazioni demagogiche danno fastidio.
Ciao,
Stefano
PS: quale poi sia la mia personale idea sul Brunello e in generale sul vino è noto, non credo sia il caso di ripeterla.
Credo che il confronto sul brunello abbia preso una piega eccessivamente partigiana e conflittuale, malgrado cio’ sia stato utile a far uscire allo scoperto il rischio di un “putsch” sul disciplinare del brunello che bisognava assolutamente evitare.
Ma ora si tratta di evitare il rischio che come in ogni guerra partigiana ci si confronti con “sei con me o sei contro di me” che credo ora frenerebbe alcuni produttori di Montalcino dal prendere parte attiva a quest discussione (e che Franco Ziliani accusa di tacere di fronte a cio’ che succede).
In una situazione come quella attuale molti rifiuteranno di schierarsi con l’una o l’altra armata malgrado ne possano condividere le ragioni, semplicemente per evitare di essere considerati come “schierati” come soldati dell’uno o dell’altro combattente.
Franco Ziliani ha giustamente suonato un campanello d’allarme. Non credo che voglia assumere il ruolo di generale di corpo d’armata, ma nelle condizioni attuali rischi di diventarlo e questo non serve la causa del brunello.
Ai produttori del brunello i riprendere l’iniziativa su basi meno conflittuali.
E a Rivella che ribatte a Cappellano di non contare nulla con le sue 10.000 bottiglie…la stessa logica la applicherebbe a Giacomo Conterno (con circa 16.000 bottiglie di barolo…)?
Non c’è dubbio che i produttori dovrebbero prendere le redini della situazione, ma sappiamo bene che sono proprio quei pochi e grandi ad avere maggiore potere decisionale per l’assurdo sistema che dà priorità alle dimensioni creando un forte squilibrio all’interno del gruppo.
Inoltre, e non è cosa da poco, la pratica malsana, lo ha praticamente detto lo stesso Rivella, di non seguire le regole del disciplinare è patrimonio di un numero considerevole di individui, cosa che mette una seria ipoteca su qualsiasi proposito alternativo a quello proposto dallo stesso Rivella.
E’ vero che lasciare agli operatori del mercato (in questo caso i produttori, distributori..) il compito di auto-dirigersi non e’ come si e’ visto in piu’ casi recentemente la soluzione piu’ appropriata perche’ la direzione che viene ricercata e’ la masimizzazione del profitto a breve senza tenere in conto altri elementi.
E non bastano come fai giustamente notare tu pochi produttori strenui difensori del patrimonio culturale vinicolo a contrastare i grossi investitori che mettono soldi a montalcino con la stessa logica con cui lo farebbero in cile o argentina.
Ciononostante, e’ necessario recuperare un legame forte con i produttori di montalcino, quelli che credono in montalcino e nella sua tradizione, tradizione che e’ fatta di un brunello 100% sangiovese. Sara’ forse meno immdiatamente “appealing” ai facili palati di un cabernet sauvignon californiano ma ha ormai un crescente pubblico di appassionati in tutto il mondo che sono disposti ad accapararsi tutte le bottiglie disponibili.
il disciplinare non si tocca!!! tutto è in evoluzione tante cose sono cambiate negli anni forse un domani ci sarà una logica diversa per il montalcino e sicuramente tutti se ne convinceranno… chi sa
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Salve, venerdì pomeriggio sono andato a Siena apposta per ascoltare posizioni così inconciliabili. Certo ceh Rivella rivela tutta la spocchia e l’arroganza del potere acquisito e gestito, può dire e fare quel che vuole sembra, banalizzare un bellissimo e acccorato intervento di una enotecara, cercare di ridicolizzare un piccolo produttore senza problema alcuno. Da quel che ho potuto capire, da appassionato di vino, sommelier per diletto e non per professione, si sta facendo di tutto per far perdere quell’alone di magia, di suggestione del vino riducendolo a mero prodotto per far profitto. Così certo che le posizioni sono inconciliabili e antitetiche.