Riflessioni enoiche

L'appello in difesa dell'identità del vino italiano: fanatismo enoico secondo Focuswine

E’ passato ormai un mese da quando è partito l’Appello in difesa del vino italiano (al momento quasi 1000 firmatari) scritto e pubblicato sulla versione online di Porthos, il cui testo è frutto dell’impegno di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi. Un appello il cui testo chiarisce in modo inequivocabile quale pensiero ne abbia determinato l’esigenza, e che invito a leggere per esteso tutti coloro che ancora non lo hanno fatto e a firmare se ne condividono gli intenti.
Trattandosi di una rivista a pagamento, vi riporto un estratto dell’articolo di Mancini:

La vicenda Brunello, con il suo lungo strascico, non solo sta causando danni economici e d’immagine ma ha generato un livore da barricate tra comunicatori ammantando l’intero comparto di un’atmosfera cupa. Nei momenti di difficoltà si dovrebbero innescare solidarietà, coesione, riflessione costruttiva, ma così non è. Ancora una volta si rischia di gettare al vento l’opportunità, sia pure sofferta per come si è determinata, di un ampio confronto tra addetti ai lavori per giungere a un chiarimento onesto che spinga il settore fuori dalle sabbie mobili nelle quali sta sprofondando. Ma i puristi, lancia in resta, tornano all’assalto armati fino ai denti di micidiali autoctoni.
E’ evidente che Mancini si riferisce alla questione del disciplinare del Brunello di Montalcino e a quel benedetto 100% di sangiovese previsto. Ma che i “puristi” si siano fissati sul sangiovese per un forte amore per l’autoctono è cosa assai ridicola oltre che riduttiva.
Le motivazioni sono altre e ben più profonde e si inseriscono in un discorso più ampio che coinvolge l’intero comparto vitivinicolo e, ancora di più, il modus operandi e la filosofia del mondo commerciale.
Se Mancini vuole fare finta di non aver capito è suo diritto, ma farebbe bene a concentrarsi sui reali contenuti del pensiero di chi non è d’accordo con questa linea che segue pedissequamente l’andamento di un mercato che non ha alcun interesse verso la qualità e la diversità di ciascun territorio.
Il concetto è molto ben espresso proprio nel testo di presentazione dell’appello:
I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l’identità e l’integrità dei vini italiani. Negli ultimi quarant’anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio. Sì è assistito a un’invasione di vitigni alloctoni con l’obiettivo di “migliorare” le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro. L’establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell’attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione.

E’ proprio questo il punto focale. Ogni giorno si scopre che in una zona a denominazione, qualcuno non ha rispettato le regole del disciplinare, disciplinare che è stato creato dai produttori stessi. Come dire: “Vi dimostriamo che siamo seri stabilendo delle regole da rispettare”, per poi scoprire che da un numero variabile di aziende questi stessi disciplinari non vengono rispettati. Allora qual è la proposta dei “non puristi”, di quelli che, come Mancini stesso propone, sono per il “parliamone”? Visto che molti non rispettano i disciplinari, visto che per il consumatore quello che conta è che il vino sia buono e non costi molto, perché non adeguare i disciplinari alle esigenze del mercato?
E visto che ad essere sotto inchiesta a Montalcino sono le aziende più grosse e importanti, cioè coloro (e Biondi Santi non conta nulla?) che hanno reso famoso il Brunello nel mondo, perché non dargli una mano rendendo legale ciò che oggi non è?
E’ questo il modo di affrontare i problemi? A quanto pare non è un tema caro solo a certi nostri politicanti, ma l’idea di modificare le regole in base alle proprie esigenze appare un fenomeno sempre più di massa.

Continua Mancini: “Anche dinnanzi a fatti oggettivi gravidi di conseguenze si persevera a inneggiare istericamente alla tradizione dall’alto della propria torre d’avorio, con un atteggiamento intriso di snobismo drammaticamente distante da ciò che realmente chiede il consumatore. Cioè un vino buono e dal prezzo accessibile al di là della purezza di razza vegetale.
Dunque secondo Mancini il consumatore se ne frega delle regole, se ne frega delle tradizioni e della cultura da cui nasce il vino, peccato che oggi più che mai si stia avvicinando con grande interesse ai cosiddetti “vini veri” o “vini naturali”, espressione certamente colorita e non proprio corrispondente, ma è un fatto che non sono tutti dei semplici “compratori”. La cultura, la conoscenza, la semplice curiosità, le miriadi di corsi a cui un sempre più vasto numero di persone partecipano, sono la dimostrazione lampante che la gente non è tutta uguale e che chi si informa, chi capisce come vanno le cose, di certo non condivide una politica basata solo su interessi economici totalmente privi di qualsiasi etica.

E l’articolo prosegue: “Altro elemento pesante come un macigno, continuamente rimosso e sempre rotolato a valle, come la pena eterna di Sisifo, è quello dei controlli. Così come congegnati evidentemente non funzionano, ne abbiamo già le prove ma certamente altre ne arriveranno. Parliamone!” Giusto, peccato che poi prosegue: “Certi disciplinari di produzione galleggiano sospesi in galassie poste a distanza siderale dal mercato, quindi dai consumatori; senza addentrarci in filosofiche acrobazie attorno al concetto di tipicità e tradizione, forse è il caso di intervenire con qualche ritocco. E il problema non riguarda soltanto il Brunello. Parliamone!” E ricadiamo nello stesso furbesco tema, modificare i disciplinari perché vecchi, obsoleti ecc., dimenticando che il parametro con cui si vorrebbe considerarli vetusti non ha nulla a che vedere con la qualità e la grandezza dei vini prodotti. Nel caso del Brunello di Montalcino, sono forse “vecchi” i vini di Soldera, Palmucci, Salvioni, Le Potazzine, Salicutti per citare i primi che mi vengono in mente?

Infine Mancini conclude: “L’immobilismo al pari del puro discettare sono molto pericolosi come sta dimostrando l’esperienza. Ecco perché faccio molta fatica a comprendere l’appello dei colleghi di Porthos dai toni così esasperati, estremi rivolto contro un mostruoso nemico: l’establishment“, “…Ma il riscontro economico non è alla base di qualsiasi attività imprenditoriale? E saper interpretare la domanda del mercato non è una sana quanto necessaria abilità? Ma di cosa stiamo parlando, di un’attività economica, sia pure dalla straordinaria ricchezza storico-culturale, oppure di un gingillo da vetrina per feticisti? Su questo tema provo un naturale feeling per molti colleghi, mentre altri, pur stimandoli come professionisti, non riesco a comprenderli e tra questi proprio i firmatari dell’appello. Forse, riconoscendone l’onestà intellettuale, il loro peccato è l’eccesso d’amore. E troppo amore può anche soffocare, essere fatale e scatenare fanatismi. Il vino ha bisogno sì di passione ma soprattutto di lucidità e visioni strategiche di mercato, altrimenti gli amici di Porthos non potranno più godere del loro “Nutrimento dello spirito”.

Senza troppi giri di parole, il concetto è e rimane di una banalità sconcertante, ovvero solo adeguando costantemente i disciplinari all’andamento del mercato si può rimanere competitivi”, errore madornale che non tiene conto minimamente dell’inevitabile appiattimento, in parte già ben visibile in molte denominazioni, a cui si andrebbe incontro, della mancanza totale di progetti a medio e lungo termine, dell’enorme rischio di perdere definitivamente proprio ciò che più ci rende unici e inimitabili, che fa del nostro vino una ricchezza fondamentale, il nostro patrimonio ampelografico, culturale e territoriale.
Patrimonio che viene soffocato da pratiche sempre più spinte, e sulle quali i nostri “vecchi” disciplinari sono già molto “larghi”. Ma allora perché non essere del tutto onesti? Togliamoli del tutto, i disciplinari, che senso ha mantenerli se vanno bene solo se modificati ogni volta che cambia il vento?

Come dice bene il testo dell’appello: “In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità”. E aggiungo che sono il sintomo di una politica dissennata, volta esclusivamente a compiacere un mercato viziato ma anche senza strumenti per potersi evolvere verso una cultura del vino, pressato a sua volta da un concetto produttivo massificante, dove la ragione non deve entrare, perché il denaro è l’unica regola e l’unica ragione. Il vino ridotto a puro fenomeno industriale, di business, non può che impoverirci tutti, la terra e gli uomini, perseguendo un fine autodistruttivo e autolesionistico, come sta avvenendo in modo a quanto pare inarrestabile in tutti i settori. Consumare meno e meglio è un bello slogan, peccato che finché le regole le detteranno le grandi industrie non potrà essere mai realizzato.

Discussione

5 commenti per "L'appello in difesa dell'identità del vino italiano: fanatismo enoico secondo Focuswine"

  1. Troppo comodo per i produttori darsi un regolamento, appartenere ad una denominazione, sbandierare la DOC sull’etichetta per poi fare come vuole il mercato, adottando delle scorciatoie al disciplinare per ingannare i consumatori più esigenti. Chiamateci pure puristi patetici, ma noi alla denominazione come slogan non ci stiamo.
    Paolo B., TA

    Inviato da Paolo | 4 settembre, 2008, 08:47
  2. Tanti anni fa sono nati i Supertuscans, proprio per uscire dai vincoli delle DOC e DOCG, perchè oggi tanto fare rumore? Sarebbe più semplice ammettere di aver sbagliato, correggere il tiro e rimettersi a fare Brunelli con il Sangiovese e Supertuscan con il resto.
    Ma so che siamo in Italia è questo è pura utopia.
    p.s. sono un produttore!

    Inviato da Anonymous | 4 settembre, 2008, 08:48
  3. Un produttore, bene! Ma perché non firmarsi? E ha dato il suo contributo all’appello?
    Mi sembra che il suo punto di vista sia lo stesso nostro, non corre alcun rischio a dichiarare apertamente la sua posizione.

    Inviato da RoVino | 4 settembre, 2008, 08:48
  4. Sì, effettivamente è troppo comodo! Ci siamo mai chiesti se tutto ciò che compriamo, mangiamo e beviamo corrisponde a quanto riportato in etichetta? Personalmente, in special modo negli ultimi tempi, spesso. Le grosse testate, i “grandi” degustatori, le “grandi guide” saranno, penso, sempre d’accordo con i vari cambiamenti di disciplinare vuoi a difesa dei produttori loro amici-sostenitori-finanziatori, vuoi (specie adesso dopo tutta questa buriana) a difesa di se stessi perchè se venissero fatti i nomi di tutte le aziende indagate…pensate che figura per le passate recensioni nelle quali venivano osannati questi vini come la pura e sincera rappresentazione di sangiovese che era tutt’altra cosa e che loro non hanno saputo, oppure voluto riconoscere come altro. La gente? le persone? il consumatore? mi auguro che non accada come è sempre accaduto, ovvero che il tempo cancelli tutto ( succede per la politica !!) e che un’ottima recensione ( meritata o pagata non saprei perchè non mi posso permettere certe vini) faccia si di creare grande interesse, svuotando così scaffali e cantine. Ho partecipato, ultimamente, ad una manifestazione enologica, ciò che mi ha veramente sconvolto è l’aver visto le persone ( la maggior parte dei visitatori) che andavano a degustare quei vini che erano stati recensiti da una guida, piuttosto che un’altra ( dico con la guida in mano !), come caproni tutti in fila, come soldatini (per me alcuni puzzavano di piedi! ).

    Inviato da Slavata | 4 settembre, 2008, 08:49
  5. Conosco Marco Mancini e l’ho sempre considerato una persona intellettualmente onesta. Questa volta, così come ai tempi della questione trucioli, non mi trovo però in sintonia con lui su questo tema. Così come per la questione trucioli, anche in questo caso, è evidente come le esigenze dei grossi gruppi industriali non possano coincidere con quelle di chi non ha dimensioni di quel tipo. Non mi sembra però che, se realmente si invochi, come fa Mancini, un “parliamone”, considerare chi la pensi diversamente come un fanatico che si mette sulla torre di avorio e giudica senza sapere come vanno le cose etc. sia l’incipit migliore.
    Parliamone tranquillamente e vediamo quali sarebbero le ragioni di un cambiamento del disciplinare, ma partendo da presupposti comuni che dovrebbero essere accettati da tutti, puristi o meno, fanatici o meno; c’è un disciplinare e, giusto o sbagliato che sia, chi lo ha aggirato deve pagare. Stop. Senza invocare il fatto che era sbagliato per le loro esigenze di mercato e quindi, praticamente, sembra quasi che costoro sarebbero stati costretti ad aggirarlo! Per favore: volevano vendere sempre di più, perché il nome “Brunello” vale molto di più di un Sant’Antimo DOC, denominazione inutile ed inesistente, creata ad hoc per far si che potessero mischiare sangiovese ad altro, ma che evidentemente non rende. Meglio farlo all’interno di un contenitore più redditizio.
    Per altro, l’appello dei puristi e fanatici amanti dell’autoctono a tutti i costi, parte proprio da un assunto economico, che sta a cuore a tutti: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell’attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione”.

    Inviato da alececco | 4 settembre, 2008, 08:50

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