Non c’è giorno ormai che non si parli di tragedie sul lavoro, davvero troppo spesso, ogni anno invece di diminuire crescono. E non sempre si può imputare la causa al lavoro in nero o alle scarse condizioni di sicurezza. Quello che è certo è che un maggiore controllo, una legge più appropriata e una preparazione rigorosa, soprattutto in lavori ad alto rischio è d’obbligo e urgente. Questo non impedirà che avvengano incidenti, l’errore umano ci sarà sempre, così come un’imprevista rottura di un impianto con possibili fuoriuscite di materiali pericolosi per la salute, ma almeno delle regole e dei controlli più seri ne ridurrebbero la frequenza, sebbene il problema principale, a mio avviso, sta purtroppo nella pessima gestione delle risorse umane.
Questa volta a pagare con la vita sono stati tre operai della raffineria Saras, situata a Sarroch, a circa 20 km da Cagliari. Tutti e tre dipendenti della Comesa-Sarcomi-Comes, una delle principali aziende d’appalto che operano per conto della raffineria, quindi regolari, non operai imrpovvisati e pagati in nero.
Cosa è successo? Lo racconta molto bene il giornale “L’Unione Sarda”: “Uccisi dal lavoro sul posto di lavoro, dopo essersi infilati dentro un impianto, l’Mhc1, un silos d’acciaio orizzontale lungo una decina di metri e alto poco meno di due dove si accumula il gasolio e dove gli idrocarburi vengono desolforati. All’interno l’aria doveva essere salubre, respirabile. A misura d’uomo. Non lo era affatto. Il tasso d’ossigeno era sensibilmente crollato dopo le immissioni di azoto necessarie per scacciare la presenza di altri gas insidiosi come il monossido di carbonio e l’idrogeno solforato. Lì dentro, insomma, nessuno ci sarebbe dovuto entrare prima del ripristino delle corrette condizioni ambientali. Della completa bonifica. Ma qualcosa ieri a Sarroch, cinque minuti prima delle due del pomeriggio, non è andata per il verso giusto“. L’articolo di Andrea Piras prosegue descrivendo nel dettaglio la dimanica della tragedia: “Gian Luigi Solinas sarebbe stato il primo a entrare nell’accumulatore di gasolio. Il primo a svenire. Morire. Gianluca Fazio, 34 anni di Siracusa, unico sopravvissuto della squadra impegnata nella manutenzione (ricoverato al San Giovanni anche se le sue condizioni non sono fortunatamente gravi), avrebbe tentato di riportarlo all’aperto, attraverso quel foro d’ingresso largo appena sessanta centimetri, agguantandolo per le braccia dopo essersi accorto del malore. Non ce l’ha fatta, restando leggermente ferito nell’urto contro il bordo dell’oblò. Il giovane operaio è ripiombato nella cisterna restando ucciso. È stato un altro lavoratore Renato Porcu, a urlare con tutte le sue forze e chiedere aiuto. Bruno Muntoni e Daniele Melis lavoravano in un’altra area dell’impianto Mhc. E non ci hanno pensato due volte a infilarsi dentro la cisterna. Il primo è morto all’istante, il secondo, nonostante indossasse una maschera di protezione dai vapori organici e dalle polveri, è crollato al suolo.”.
I sindacati affermano che era una tragedia annunciata, c’è qualcosa che non funziona nel mondo del lavoro, oggi un operaio guadagna mille euro al mese e fa dei turni massacranti, spesso in condizioni ad alto rischio, poi ci sono le ditte appaltatrici, alle quali anche aziende grosse come la Saras fanno riferimento per specifici lavori, come in questo caso.
Oggi gli operai sono in sciopero, ma non tutti, perché una giornata di sciopero ha un costo sempre più oneroso e sempre meno lavoratori possono accollarsene il peso.
Intanto il pubblico ministero Maria Chiara Manganiello e i carabinieri della Compagnia di Cagliari dovranno verificare se tutte le procedure di sicurezza siano state rispettate e se i tre operai avevano tutte le autorizzazioni per poter operare all’interno di quel cilindro d’acciao saturo d’azoto…
Fonte: L’Unione Sarda
Secondo me oggi giorno il problema principale di tutte le regolamentazioni in materia di sicurezza sul lavoro è che non vengono studiate ed emanate in base ad una loro reale utilità ma piuttosto in base alla loro “controllabilità”….
Mi spiego meglio.
Molte delle nuove normative sono ispirate e finalizzate ad un mero criterio di sanzionabilità (cioè servono solo o principalmente a fare le multe).
Invece di prevenzione efficace si impone il rispetto di semplici parametri e/o formali adempimenti creati appositamente al fine di individuare immediatamente ed inequivocabilmente atteggiamenti palesemente violatori.
Alla fine ci guadagnano solo le società che svolgono attività inerente a questo campo mentre la tutela effettiva del lavoratore rimane una irrangiungibile chimera.
Infatti Fabio, molti pensano che le normative, magari più restrittive, potrebbero risolvere qualcosa, ma ciò serve solo a rimpinguare le casse dei sanzionatori. Il problema è la qualità del lavoro, il rispetto delle persone che prestano la loro opera, i turni eccessivi, la scarsa preparazione tecnica alla sicurezza, il continuo uso della forza lavoro in modo strumentale e finalizzato al massimo risparmio.
La prevenzione potrebbe esserci solo in virtù di una responsabilizzazione reale di chi gestisce il mondo del lavoro.
Scusatemi ma l’azoto non è un veleno, infatti costituisce circa l’80% dell’aria che respiriamo e credo sia stato immesso per eliminare tracce di gas come l’acido solfidrico e l’anidride carbonica quelli si velenosi. Quello che ha ucciso i lavoratori è stata la semplice carenza di ossigeno. Il problema vero è la mancanza di investimento nell’istruire queste persone correttamente: in quella cisterna non si doveva assolutamente entrare e sperare che una mascherina contro le polveri possa salvarci in un ambiente dove non c’è ossigeno da l’idea di come siano stati preparati questi operai.