“A chi giova, dopo trent’anni, continuare a sostenere queste cantine sociali sempre sull’orlo del fallimento?”. Angelo Gaja non è proprio il tipo d’uomo che ingoia rospi in silenzio, se qualcosa non gli sta bene sguaina la sciabola e assesta colpi che difficilmente passano inosservati. Perché attacca senza alcuna pudicizia le cantine sociali astigiane e monferrine? Lo spiega chiaramente in un suo documento pubblicato ieri su La Stampa. Le ragioni della protesta non lo convincono affatto, anzi, sono per lui l’esempio di una cattiva, pessima abitudine di pensare che “i nostri problemi ce li debbano risolvere gli altri”.
Ma cosa dice Giulio Porzio, presidente della Vignaioli piemontesi? Quali sono le ragioni di questa protesta di piazza dei soci? “Abbiamo ancora le cantine piene del vino delle scorse annate, soprattutto Barbera e Dolcetto e i prezzi sono così bassi che non conviene vendemmiare“, dice Porzio, e chiede ai politici di intervenire favorendo la distillazione di crisi di almeno 220 mila ettolitri di vino eccedente. Nel frattempo annuncia che verrà distribuito vino gratis per protesta.
E questo è l’intervento completo di Angelo Gaja:
“E’ passato omai un anno dall’entrata in vigore dell’Ocm vino e il Piemonte fatica ad adeguarsi ai nuovi provvedimenti introdotti: eliminazione dei contributi per la distillazione delle eccedenze dei vini a Denominazione di Origine Controllata; contenimento della sovraproduzione attraverso premi all’estirpazione dei vigneti e premi per la distruzione dell’uva verde sulla vite (diradamento). La cantine cooperative del Monferrato, astigiano e alessandrino invocano invece il contributo alla distillazione per oltre 200 mila ettolitri di Barbera d’Asti, Dolcetto e Brachetto. Avevano sdegnosamente rifiutato 6,5 milioni di euro che erano stati assegnati al Piemonte per il diradamento delle uve 2010. Certamente un errore. E’ benemerito chi si adopererà per cercare di recuperare quei denari e procurare alle cooperative qualche sollievo. Racimolare finanziamenti altrove non sarà facile. Restano però delle contraddizioni da dissipare.
Di fronte alla richiesta di contributi per eliminare le eccedenze le cantine sociali monferrine hanno fortemente voluto e ottenuto a partire dalla vendemmia 2010 una modifica del disciplinare di produzione che autorizza ora a un consistente aumento delle rese per i vini destinati alla Doc Piemonte. Quando il vino già esce loro dalle orecchie sarà possibile da quest’anno, dagli stessi identici vigneti, produrne ancora di più. Tra il 2007 e il 2009 le cantine cooperative piemontesi avevano ricevuto finanziamenti per oltre 8 milioni di euro. Nel corso degli ultimi trent’anni i contributi assegnati alle cantine cooperative piemontesi hanno raggiunto un’impressionante imponenza. Una parte dei denari è stata spesa con oculatezza e ha prodotto risultati utili per il comparto. Non meno del 50% di essi sono invece stati spesi senza portare benefici, troppe cantine sociali continuano a vendere il vino sotto-costo o a prezzi stracciati; i soci vengono tenuti in ostaggio con la minaccia di essere perseguiti se non conferiscono la totalità delle uve e vengono convinti ad andare in piazza a protestare, quando il male è nel manico, in consigli di amministrazioni incapaci di operare dei cambiamenti, che confidano perennemente nel sostegno pubblico per ripianare debiti e sprechi.
A chi giova, dopo trent’anni, continuare a sostenere queste cantine sociali sempre sull’orlo del fallimento? Di quale utilità sono state per i loro soci viticoltori? Perchè i figli dei soci viticoltori non possono mettersi in proprio cessando di conferire le uve alle cantine sociali che nonostante il sostegno pubblico restano irrimediabilmente decotte? Mi domando: non è che la cattiva immagine di queste cantine oscuri il restante 50% di cantine cooperative efficienti che hanno invece contribuito a fare brillare il Piemonte? Come fare capire che il denaro pubblico non può continuativamente essere destinato a sostenere una causa persa? Perché le cantine cooperative virtuose sono andate al traino della richiesta insensata di produrre dal 2010 maggiore quantità quando il mercato era già largamente inflazionato dalle eccedenze? Quali sono i passi da fare per avviare un cambiamento e voltare finalmente pagina? In effetti queste domande sono retoriche, perché le risposte si conoscono da tempo. Lo spreco del denaro pubblico suscita fiammate di scandali ben presto sopite, senza che si avviino provvedimenti consequenziali. I succhiatori di denaro pubblico si sono organizzati e costituiscono una armata affamata e difficile da contrastare.
L’esubero di produzione ha fatto comodo a molti, anche agli imbottigliatori che possono continuare ad acquistare all’ingrosso a prezzi stracciati. Le responsabilità politiche sono elevate. Molti viticoltori sono vittime di un meccanismo perverso. La Doc Piemonte non è mai stata così svilita. Non è consolante pensare che tutto continui a restare come prima“.
Firmato Angelo Gaja
Strano, ma leggendo queste parole, condivisibili al 100%, ho come l’impressione che questo problema non riguardi solo il mondo del vino…
Gaja ha ragione anche se pone domande in parte retoriche.
Finanziare le cantine sociali (tutte) è un buon meccanismo di controllo del consenso.
Quanto ai disciplinari, però, è lì che Gaja ha più ragione di tutto. Io ho assistito (e votato contro) al passaggio del Piemonte Barbera da 90 a 130 quintali ettaro e contestualmente all’apertura ad un 10% di vitigni migliorativi nel disciplinare del Barbera d’Asti DOCG.
Chi un anno fa (giugno 2009) ha sostenuto quelle modifiche, oggi è in piazza. Una contraddizione insopportabile unita ad un’insofferenza per l’OCM Vino che è preconcetta, retrograda e antistorica.
La visione di Gaja è assolutamente condivisibile e non riferibile solo al Piemonte ma a moltissime, se non a tutte, le aree produttrici Italiane. Di vino ne abbiamo prodotto troppo nel nostro paese e spesso di qualità troppo bassa. E’ inutile che l’Italia cerchi di vincere la battaglia creando vini il cui solo pregio è il prezzo. Ciò che dice Gaja sugli imbottigliatori è vero, solo loro guadagnano in questo momento comprando a prezzi stracciati vini scadenti e rivendendoli a prezzacci con il solo risultato di svilire le denominazioni.
Bisogna razionalizzare la filiera cercando di produrre meno e concentrando la coltivazione della vite solo nelle aree vocate. Il vecchi poco ma buono e possibilmente con una bella storia alle spalle da raccontare.
[...] This post was mentioned on Twitter by Bobby Tanzilo, Stefano Calosso. Stefano Calosso said: Le cantine sociali scendono in piazza ad Asti e Gaja reagisce http://bit.ly/cal9xU [...]
Dare ancora dei contributi a pioggia a questi carrozzoni significa continuare non solo a buttar via soldi (e tanti!) dalla finestra, ma vuol dire premiare incompetenza, incapacita’, inettitudine, cecita’ e forse interessi privati in atti d’ufficio dei loro gruppi di comando (a definirli dirigenti mi verrebbe da piangere). La DOC Piemonte e’ stata squalificata in pieno passando dai 90 ai 130 quintali per ettaro. Con le rese limitate si poteva fare una barbera dignitosa, decente, fresca, anche vivace, da promuovere all’estero, dove hanno ormai alla noia i soliti cabernet, merlot, syrah fin troppo secchi, gnucchi, con livelli alcolici scioccanti. Invece ecco un altro piscio di cavallo che prendera’ contributi per la distillazione perche’ non se lo fila nessuno. Stanno giocando a fottere il contribuente onesto, il vignaiolo coscienzioso, l’enoappassionato, gettando fango sul buon nome (fin qui) di una regione che di vino buono ne sa fare davvero. E i grandi buyers storcono gia’ il naso adesso quando gli si propone qualcosa di piemontese che non sia garantito dal nome onorato ben evidente in etichetta di questo o di quel vignaiolo famoso perche’ ha sempre lavorato in qualita’ e con grandi sacrifici. Io tutelerei questi vignaioli, piuttosto, perche’ subiranno un danno d’immagine da cio’ che gli sta accadendo intorno per colpe attribuibili ai politicanti delle cantine sociali.
Come si e’ caduti in basso!
Mamma mia, che vergogna!
Vero, io come tanti però mi domando come fanno queste cantine a non fallire mai: possibile che convenga davvero ai chi deve essere pagato attendere anni e nel frattempo lasciare che lavorino così? Non capisco. Va bene non fare i conti, ma i risparmi delle famiglie produttrici, che finanziano tutto questo scempio, quanto dureranno ancora?