Dopo il deciso intervento di Gaja sulla protesta delle cantine sociali dell’Astigiano e del Monferrato, nel quale evidenziava come il 50% di queste cooperative sia intriso di contraddizioni e sia governato da “…consigli di amministrazione incapaci di operare dei cambiamenti, che confidano perennemente nel sostegno pubblico per ripianare debiti e sprechi“, non poteva mancare la posizione di Slow Food che, come specifica il comunicato dell’ufficio stampa che ho ricevuto proprio ieri, si schiera “a fianco dei viticultori piemontesi“, e aggiunge “Ma per combattere la crisi non servono misure d’emergenza“.
Qual è, quindi, il punto di vista della nota associazione? Eccolo: “Le cantine e i consorzi piemontesi (uomini e donne di campagna custodi della biodiversità) si sono riuniti ad Asti in Piazza Alfieri davanti al Palazzo della Provincia per richiamare l’attenzione del Governo e delle istituzioni locali sulla grave crisi economica che sta avendo gravi ripercussioni sul mercato del vino piemontese. Una crisi che coinvolge le famiglie di oltre 12 000 agricoltori, e purtroppo questi sono solo dati parziali. Le cantine sono ancora piene delle giacenze degli anni precedenti (in particolare di Barbera d’Asti non ancora a docg e quindi di valore commerciale bassissimo) e la situazione non pare volgere al meglio.
Silvio Barbero, vicepresidente di Slow Food Italia è presente alla manifestazione per: «Portare la solidarietà di tutta la nostra associazione ai contadini e le loro famiglie che ancora una volta vedono deprezzato il loro lavoro. Siamo in presenza di una crisi pesante che ormai da due anni coinvolge tutto il settore agrario e non risparmia la viticoltura. Ma siamo convinti che per uscire da questa grave situazione non servano iniziative d’emergenza, come per esempio distillare tutte le eccedenze: un provvedimento che tampona ma non risolve. Riteniamo invece necessario avviare una battaglia politica e culturale di sensibilizzazione affinché non si produca troppo per poi buttare o svalutare. Sarebbe opportuna una selezione che privilegi la produzione dei vitigni autoctoni e blocchi le produzioni estensive, nuovi impianti e l’ingresso di vitigni alloctoni che abbassano la qualità, moltiplicando le giacenze».
I produttori sono costretti a svendere il vino sfuso, obbligati a svuotare le cantine per far posto al nuovo raccolto. Una situazione di cui il mercato si approfitta richiedendo vini a costo sempre più basso e penalizzando fortemente le produzioni di qualità. E per alcuni vini questo si traduce in un prezzo all’ingrosso tra i 20 e i 30 centesimi di euro al litro, una cifra che mette in dubbio la vendemmia stessa, così come i prezzi delle uve sono penalizzanti per quei viticoltori che orientano il proprio lavoro alla ricerca qualità e al rispetto dell’ambiente e del territorio. «Purtroppo il mondo agricolo in generale e quello vitivinicolo in particolare sono ancora guidati da logiche esclusivamente commerciali che da sole non consentono di uscire dalle difficoltà. E ancora non riusciamo a intravedere un nuovo orientamento che metta in primo piano la valorizzazione dei produttori e della qualità dei loro prodotti. Siamo convinti che questa sia invece la strada giusta, tutelando le peculiarità del territorio e riconoscendo ai contadini il giusto prezzo» spiega Barbero che conclude: «Le viti dovrebbero essere piantate solo nelle zone più vocate limitando i nuovi impianti al fine di diminuire le rese e migliorare la qualità del prodotto».
Bene, la via per uscire dalla crisi suggerita da Slow Food non è, in sintesi, diversa da quella evidenziata da Gaja, peccato che da questo comunicato non escano fuori le reali responsabilità di tutto il comparto, l’aver spinto per modificare la Doc Piemonte a vantaggio di una produzione di uva ancora maggiore, l’aver rifiutato i contributi e i premi europei per l’estirpazione dei vigneti e la riduzione della produzione. La crisi è in atto da prima che venisse richiesta la modifica della Doc, come mai ora si chiede al governo di intervenire per favorire la distillazione di oltre 200 mila ettolitri di Barbera, Dolcetto e Brachetto? E che senso ha la proposta di Slow Food se proprio le cantine sociali che hanno manifestato sono autrici di una scelta così avventata e opportunista?
Se un’associazione così importante, che ha contribuito in modo determinante a promuovere i prodotti della nostra agricoltura nel mondo, non prende una posizione più chiara rivelando anche i veri problemi e le contraddizioni che assillano il comparto vinicolo, non solo piemontese, ma di gran parte dell’Italia (basta andare a vedere quante altre denominazioni sono state modificate aumentando le rese, quanti vigneti nuovi sono stati impiantati in zone dove c’è già un esubero di produzione, per non parlare delle doc esistenti sulla carta ma di cui non si vede alcuna commercializzazione…), dubito che verrà intrapresa da alcuno una via più saggia e responsabile.
[...] This post was mentioned on Twitter by Faber, Faber. Faber said: @laVINIum @saravinicarbone solo per una questione anagrafica
bello il tuo ultimo scritto su EE: http://bit.ly/dgqg6x [...]
ma se il guru di eataly si è sempre lamentato del prezzo troppo alto delle uve, come un qualsiasi industriale imbottigliatore, è sintomatico di dove sta andando il mondo del vino piemontese, e certe partnership.
a proposito, Roberto, la sai la storia del Barolo di grandissima azienda messo su GDO a prezzi da svendita di mistella?
Sarà, ma non è alzando le rese che risolvi il problema: Piemonte Cortese si trova in rivendita da grossista a HORECA a Euro 1,2 bottiglia FINITO IVA. Barbera non parliamone, alzando le rese e mantenendo i guadagni vedrai che scendono ancora i prezzi. Ma ancora ribadisco, come mai nessuno fallisce? Mah, devono avere la bacchetta magica!
Ciao
Scusate ma questa cosa della modifica del disciplinare della doc Piemonte, giusta o sbagliata che sia,non c’entra niente con la crisi del vino. Il disciplinare è uno strumento tecnico, non è il mezzo per regolare l’offerta. Non è che i disciplinari si cambiano aumentando o diminuendo i massimali a seconda che il vino si venda o no. Il disciplinare dovrebbe stabilire qual è il livello produttivo teorico massimo compatibile con le caratteristiche del prodotto. In ogni momento l’interprofessione (almeno in teoria, dove l’interprofessione funziona) può stabilire quanto ridurre la resa di quell’anno rispetto al disciplinare, per motivi di mercato o per motivi legati all’annata. Questo è lo strumento corretto di controllo dell’offerta. Se poi le rese fissate dal nuovo disciplinare siano o meno troppo alte per assicurare una qualità corretta, è una questione tecnica di cui possiamo discutere, vanto una certa competenza sull’argomento, comunque ricordiamoci che la qualità NON SI FA MAI PER LEGGE. Da una parte e dall’altra, di fronte ad un problema, si finisce sempre per tirare in ballo una modifica di una DOC. NON C’ENTRA UN TUBO. E infatti il problema non si risolve.
Maurizio,
non è la Doc il problema, infatti, ma l’uso strumentale che se ne può fare, checché tu ne dica. A meno che secondo te tutte le modifiche degli ultimi anni sugli uvaggi siano dovute ad un senso di profonda libertà d’azione che è ben al di sopra di qualsiasi intento commerciale.
In teoria sono d’accordo con te, soprattutto non ritengo che siano i disciplinari gli strumenti per risolvere le crisi, ma sicuramente la maglia larga non ha mai fatto bene alla qualità e alla quantità).
RoVino,vedrai che alla fine non la pensiamo molto diversa. la maglia larga a 155 quintali per ettaro ai produttori di Champagne ha fatto benissimo, fino a due anni fa. Ora fa male, e quindi hanno abbassato le rese. Così deve funzionare. Capiamoci, io non sono per alte rese sui disciplinari, ma sappiamo tutti che quando manca il prodotto si commercia la carta, quindi cosa risolviamo con dei disciplinari draconiani? Meglio prendere atto di quanto i vigneti producono davvero, perchè, come diceva Usseglio Tomasset, la vite non sa leggere. Non contesto il fatto che 140 q.li/ettaro per un Piemonte rosso (e poi chi l’ha mai visto un Piemonte Rosso?) siano troppi. Ma lo considero un aspetto tutto sommato marginale, sottolineando il quale si rischia di banalizzare il problema. Il problema è che è il produttore a dover sapere cosa e come produrre, non glielo puoi imporre per legge. Il “massimale” non è, non può essere la soluzione ad una mancanza di cultura viticola, enologica e di mercato. Se no succede, e succede, lo garantisco, che uno porta in cooperativa del letame e dice “cosa volete, ho rispettato il massimale”!