Sì vabbè, ci sono i vini del Rodano, i grandi nomi del vino italiano, insomma, Roma è città “aperta” anche per quanto riguarda il consumo di vino e non può permettersi, come fanno altre città, di concentrare la propria proposta esclusivamente sui prodotti regionali. Ma quest’anno il mittente, lo scenario, ed anche il destinatario del Roma Wine Festival 2009 è Roma stessa, Città del vino, prima piazza vinicola d’Italia e forse del mondo, dove la gran parte del vino commercializzato non appartiene alle aree limitrofe. Roma che da sola potrebbe consumare tutto il vino prodotto nella regione di cui è capoluogo, che non le sarebbe neanche sufficiente. Roma come cliente collettivo, che attraverso manifestazioni come questa può tornare a conoscere e “bere” il territorio. Roma come fine e come mezzo, poiché, una volta riscoperto il proprio vino può, attraverso il turismo, far conoscere al mondo intero le delizie dell’area che la circonda, e che contraddistinguono la locale tradizione enogastronomica.
Oltre cento produttori partecipanti, di cui oltre la metà “locali” e “presenti” dall’altra parte dei banchi d’assaggio.
Due chiacchiere con alcuni di loro, ed in questo modo ti accorgi di poter non solo degustare il loro vino, ma conoscerlo e riconoscerlo quale risultato delle interazioni che la gestione umana del rapporto con la natura produce: un composto di valori storici, antropologici, culturali e sociologici, oltre che chimico-organolettici, rivendicato da donne e uomini portatori “sani” di saperi, sapori, esperienze e tradizioni. Altre tre settimane e ti ci può scappare l’approfondimento, “in loco”, ossia in vigna e/o in cantina, in occasione dell’evento Cantine Aperte, organizzato dal Movimento Turismo del Vino per il 31 maggio.
La conoscenza della propria storia, del proprio territorio, delle proprie tradizioni, insieme alla consapevolezza della bontà dei prodotti locali, alla fierezza che ne deriva, alla voglia di condividerne i piaceri con gli amici e, allorché si opera nel settore turistico, con coloro che visitano la Capitale, costituiscono le basi per la rinascita del vino di Roma, il cui futuro sa di passato.
… ci vo’!
C’erano un paio di Cesanese spettacolari. Qualche giorno vado a farmi un giro al Piglio e a Olevano, e faccio il pieno nel portabagagli.
Non so cosa ne pensi in merito, e mi farebbe piacere saperlo, ma nella produzione laziale ritengo ci siano vini che possono puntare veramente in alto. Cesanese in primis.
@marco: quali?