le sourire aux lèvres

Sto facendo la fila

filaSto facendo la fila, una lunga fila, ad uno sportello statale, in una sala neanche tanto accogliente, tra un continuo viavai di gente ed un caldo afoso, pesante da respirare, tanto da desiderare di uscire al freddo pungente che, stamattina, immobilizza la natura;
tutto quanto è una lunga attesa.
Per lenire l’amarezza di veder scorrere il mio tempo così, mentre i numeri sul tabellone scattano con velocità proporzionalmente inversa alle lancette dell’orologio, mi siedo e i pensieri cominciano a prendere distanza dall’inospitalità del luogo, immagini nitide che sopraggiungono irrazionalmente per ingannare la noia.
Allora infilo la mano nella borsa ed estraggo carta e penna.
Seduta sulla seggiola, un po’appartata, quasi appollaiata, mi rassomiglio ad una chioccia che cova le sue uova, schiacciata giù, nel nido, accuratamente scelto per essere isolata e in quell’inerzia i suoi occhi faticano a rimanere vigili.
I momenti in cui si concede la ricerca di qualcosa da mettere nel gozzo, distendendo le ali e le gambe, sono pochi e veloci.
chiocciaSpesso, da piccola, quando andavo a controllare, piena d’impazienza, se qualcosa stava succedendo sotto le sue ali, mi accorgevo che la nonna aveva, premurosamente, lasciato nelle vicinanze del nascondiglio, acqua e frumentone, rispettosa e memore di un istinto che risiede nel genere femminile.
I giorni passano e la chioccia sembra prendere sempre più posizione e consapevolezza del suo ruolo nel nido, beccando senza esitazione chi non mantiene le distanze; finchè al diciannovesimo giorno, qualcosa succede: alcune uova cominciano a schiudersi e i pulcini più impazienti mettono fuori il becco, storditi e curiosi.
La chioccia, però, non abbandona il nido, resta immobile, il suo istinto sa che per portare a termine la schiusa servono ancora uno, due giorni, tempo necessario ai ritardatari per decidersi ad abbandonare i dubbi e rompere il guscio.
Quando la covata è completa, l’aia si trasforma in un mondo da scoprire, dove i pulcini inseguono mamma chioccia che con un richiamo ininterrotto e le piume gonfie, becca a terra per mostrare come si fa; non è raro vedere qualche piccolo perdersi inseguendo lo svolazzare di un insetto, mentre emette un sottile pigolio.
Il pigolio, ora ricordo: nei giorni che seguivano la schiusa, dal grembiule, avvolto in grembo, di nonna Zaira, mentre se ne stava a cucire o mondare la verdura, proveniva un beato pigolio, leggero, debole, come i pulcini che venivano tenuti al caldo qualche giorno di più, per rimetterli in forze al pari degli altri.
Poi, ad una settimana circa di distanza, nel grembiule venivano radunati tutti, in preparazione d’un antico rito contadino al quale io ho sempre assistito con stupore; nonna sedeva con vicino un bicchiere di vino, delicatamente estraeva il primo pulcino dalla stoffa e con un gesto veloce del dito staccava una piccola escrescenza sulla punta del orologio_chiocciolabecco (residuo della nascita, forse detta ‘ad bida’, in dialetto, non riesco a ricordare con precisione), poi lo apriva con una leggera pressione per fargli bere un goccio di vino, nel quale subito dopo immergeva anche le zampette, prima di liberarlo a terra.
I gesti venivano ripetuti in perfetta sequenza fino all’ultimo dei pulcini.
Tale usanza era per assicurare una crescita sana e forte ai piccoli (che da subito riuscivano a beccare meglio), crescita che pareva determinare anche una fortunosa sorte per la famiglia contadina, ma da cui sicuramente dipendeva una maggior possibilità di sostentamento.
Mi accorgo con la coda dell’occhio che gli eroi dell’attesa mi guardano, ormai da un po’, incuriositi, addirittura qualcuno tenta di avvicinarsi per sbirciare, ma devo aver assunto il fare intimidatorio della chioccia, perché passa velocemente; c’è persino qualche impiegato che, sorpreso, accenna a mutare leggermente l’espressione cementata.
Tra poco tocca a me, neanche mi rendo conto di quanto tempo, davvero, sia passato.
A volte la fantasia e i ricordi aiutano a rendere la realtà meno aspra e noiosa, transitandoci nel tempo, rendendocelo meno ostile, persino piacevole, nell’attendere.

Gabriella Verrini

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