A volte mi capita di fare qualche follia, e questa è stata sicuramente una di quelle, visto che sono partito la mattina del 4 febbraio da Roma per poter partecipare alla verticale dell’Amarone della Valpolicella Classico Moròpio presso l’enoteca Galla Gustosità in Piazzola San Giuseppe 11/13 a Vicenza, alle 20.30, per poi ripartire la mattina dopo. E degli effetti di questa stressante ma divertente avventura, ne è rimasta traccia evidente nell’espressione non proprio vivace, mia e di Alessandro Franceschini, tragicamente immortalata da Maria Grazia, autrice del blog Soavemente.
Ma Pier Paolo Antolini è un amico, persona verace, schietta, terragna come solo chi lavora la vigna con passione sa essere, tratti che ritrovi senza dubbio nei suoi vini, che sia il fantastico Recioto (il 2006 è semplicemente travolgente), ottenuto con il metodo tradizionale che prevede l’appassimento delle uve corvina, corvinone e rondinella e la maturazione solo in acciaio per preservare tutti i profumi e gli aromi delle tre varietà, o piccoli gioielli sperimentali come l’Elisium, un bianco dolce ottenuto da garganega e trebbiano, poche piante presenti in azienda da cui si ottengono circa 300 mezze bottiglie. Anche in questo caso le uve vengono appassite fino ad inverno inoltrato e la maturazione vede solo i contenitori in acciaio.
Ma questa volta il protagonista della serata era l’Amarone Moròpio, annate 2000, 2001, 2003, 2004 e 2005, un numero perfetto per capire le qualità e le capacità evolutive di questo vino rosso proveniente dal vigneto omonimo situato a 350 metri s.l.m. nel comune di Marano, proprio dove risiede l’azienda; esposto a sud-est su terreno argilloso tufaceo. Per me che posso dire di conoscere piuttosto bene i vini di Pier Paolo, questa verticale rappresenta comunque un valore aggiunto, in quanto di questo cru conoscevo solo l’annata 2004.
La degustazione mi ha dato conferma delle ottime capacità di Pier Paolo (e del fratello Stefano) e delle doti indiscutibili di questo vigneto, allevato a pergola senza bisogno di irrigazione di soccorso poiché le radici delle viti sono ben radicate e reggono molto bene anche i periodi di siccità, verificabile nel lodevole risultato del millesimo 2003, che sebbene abbia un’evoluzione apparentemente più rapida, riscontrabile nelle sensazioni più mature, nel frutto in confettura meno marcato dalla visciola e dall’amarena a favore di mora e miritillo, nei tratti terziari, nei risvolti di liquirizia e cannella. All’assaggio conferma la buona riuscita, pur evidenziando un tannino meno equilibrato e con qualche accento amarognolo, ma la materia ha nerbo e buona complessità, freschezza ancora da vendere e oggi si presenta complessivamente come vino ideale per accompagnare piatti riccamente aromatici e a base di selvaggina da pelo.
Il 2004 conferma le impressioni che avevo avuto, evidenziando una beva quasi “facile”, poiché l’annata non manca di nulla, freschezza, rotondità, ricchezza di frutto, equilibrio, a tratti quasi ruffiano ma di sicuro appeal.
Con la 2000 si parte in sordina, sembra quasi mancare di quella marcia che caratterizza un po’ tutti i millesimi, ma è solo questione di tempo, man mano che respira tira fuori un’eleganza e un equilibrio di tutto rispetto, pur rivelando una struttura e una carica a centro bocca più limitate rispetto alla 2004.
Il 2001 è forse il vino che mi ha lasciato maggiori perplessità, partito con segnali più evoluti, evidenziati anche da un colore meno vivace rispetto allo stesso 2000, lasciava percepire note di carne alla brace, chiodo di garofano, accenti eterei, ma con l’ossigenazione ha progressivamente recuperato freschezza e dinamicità, offrendo nuove sfumature, talvolta fruttate, talvolta addirittura di fiori passiti e di cioccolato. La dolcezza appare contenuta e il vino sembra avere già un ottimo equilibrio delle componenti.
La nuova annata, ovviamente più scalpitante, denota il carattere tipico del 2005, una freschezza apparentemente più marcata, ma in realtà evidenziata da un corpo meno mastodontico, più “bevibile”, buffa la leggera nota di oliva che traspare fra le venature di visciola e amarena. Apprezzo molto la quasi totale assenza di accenti marmellatosi e dolciastri.
Chiudo con un breve, personalissimo, commento che mi riporta al tema affrontato in questo recente post: il successo che continua ad ottenere l’Amarone all’estero, nonostante l’evidente recessione del mercato americano, sembra ancora premiare questa tipologia di vino, grazie probabilmente anche al fatto che negli States è usanza generale bere vino a prescindere dai pasti, come fosse un té o un orzo in tazza. Ma da noi, che abbiamo maggiormente l’abitudine di pasteggiare con il vino, salvo rare eccezioni prevalentemente con Prosecchi e spumanti, l’Amarone con i suoi 16-17 gradi alcolici di media non appare proprio un vino ideale, a meno che non si pensi di mangiare fagiano, cinghiale, capriolo quotidianamente. Certo in Veneto, regione tradizionalmente abituata all’alcol, tanto da essere grande consumatrice anche di grappe, l’Amarone può non apparire così pesante e difficile da bere oltre il bicchiere a pasto, ma io sono per natura osservatore e guardo sempre, nelle serate dove è prevista una degustazione di un moderato numero di vini, quante persono hanno lasciato uno o più bicchieri vuoti. Ad esempio, quando anni fa a Roma ho partecipato ad una mini verticale di tre annate di Barolo Monfortino di Conterno, Granato di Elisabetta Foradori e Faro Palari, ho potuto rilevare che molte persone avevano svuotato tutti e nove i calici. Mi è capitato anche in molte altre occasioni con altri vini rossi blasonati, eccezion fatta per altri vini opulenti e alcolici come certi super tuscan a base di cabernet o potenti Montepulciano d’Abruzzo. L’altra sera a Vicenza, invece, nonostante l’Amarone di Antolini sia uno dei più straordinari e stimolanti rispetto ad altri della stessa tipologia, nessuno, o quasi, è riuscito a svuotare i propri calici. Un caso? Tutti stanchi? O semplicemente la conferma che 16-17 gradi e una massa comunque notevole in virtù dell’appassimento delle uve, ci pongono, volenti o nolenti, di fronte ad una certa saturazione?
il viaggio e i vini hanno fatto effetto…. bella foto!!
))
Ma che vi hanno fatto?
ma a parte i vostri visi distrutti, davvero un bellissimo articolo da leggere come sempre, tutto d’un fiato!
Non c’hai più il fisico Robbè, specie se ci metti dentro nella stessa giornata anche un pranzo nella caotica Milano ed una visita ad un produttore durante il tragitto di andata.
allora non ci ha raccontato tutto il nostro amico Roberto?!:-))
Ciao,
avete mai provato l’Amarone della Valpolicella DOC 2003 di Poggio Toccalta?
Che ne pensate?