Siamo ormai arrivati alle nuove edizioni delle numerose guide vinicole che ogni anno affollano le nostre edicole. Se ne parla ovunque e comunque, anche se molti sono sempre più critici e diffidenti, ma sta di fatto che ancora non esistono persone in grado di camminare completamente con le proprie gambe, tutto sommato le guide sono e saranno sempre utili, sia ai produttori che ai consumatori, non tanto per i bicchieri, grappoli, bottiglie, corone, stelle e quant’altro assegneranno, ma piuttosto per la possibilità di trovarsi migliaia di vini censiti (esatto, non recensiti), che altrimenti sarebbe ben difficile riuscire a conoscere.
Detto questo, però, il dilemma che sempre più fa traballare il valore di queste bibbie del vino è: ma se i vini sono taroccati, e molti se ne accorgono, come mai li premiano? Perplessità che è andata aumentando parallelamente alle fitte indagini che hanno coinvolto uno dei centri nevralgici del vino italiano, Montalcino, e in seconda battuta Montepulciano, che ha dalla sua il vantaggio di essere arrivato secondo e di non avere la stessa fama internazionale.
Il problema ha una notevole rilevanza, poiché mette profondamente in discussione sia le capacità di coloro che si assumono il ruolo di stabilire quali siano i migliori vini in circolazione, sia l’utilità e il senso delle guide. Fra l’altro una vera guida non dovrebbe dare premi e punteggi ma indicazioni sui prodotti di qualità disponibili sul mercato, soprattutto perché attraverso il meccanismo della premiazione (enfatizzata dalle numerose manifestazioni pompose che ne seguono) finisce per condizionare – se ha raggiunto notevole fama e credibilità – sia le scelte dei produttori che il gusto dei consumatori; ma qui entriamo in un tema ormai vecchio di cui si è discusso in numerose occasioni e sul quale non mi interessa tornare.
Dunque, il sistema di premiazione da cosa scaturisce? Lasciamo perdere le ovvie spiegazioni che ciascuna guida espone in prefazione, ma qual è il vero motivo che spinge a premiare certi vini e certe aziende rispetto ad altri? Chi e come può stabilire se un prodotto vinicolo è meritevole più di altri? La risposta più ovvia è quella specificata dalle guide stesse: ciascuna dichiara quale metodo applica, i parametri a cui dà maggiore o minore peso, ma nessun degustatore ha la possibilità di sapere se quello che sta valutando è un vino onesto, se non attraverso la propria esperienza e capacità sensoriale, solo che questo non viene dichiarato da nessuna parte. In sintesi, se il vino è “disonesto” ma non ha difetti evidenti e riesce comunque ad essere apprezzabile, ha pieno diritto di ricevere premi come tutti gli altri. Anche perché nessun degustatore ha la possibilità di sapere se quello che sta valutando è un vino onesto se non attraverso la propria esperienza e capacità sensoriale. Le cose sono due, o degustando decine e decine di vini al giorno si finisce per perdere l’attenzione e la sensibilità ai particolari, o pur rilevando una non corrispondenza vitigno-vino (nel colore, nel profumo e nel gusto) si preferisce glissare e limitarsi a valutarlo sulla base della sua “abilità enologica”, o ancora non si può fare a meno di premiarlo per via di interessi che vanno ben al di sopra del mero giudizio personale.
Resta il fatto che non si fa una gran bella figura. Qualcuno potrebbe dire “ma il problema non è dei degustatori delle guide, quanto delle commissioni che valutano la corrispondenza dei vini al disciplinare di produzione”. Vero. Se già una commissione che dovrà stabilire se un vino può fregiarsi della denominazione di origine o meno, non svolge bene il suo ruolo, perché gli eventuali errori dovrebbero ricadere sui degustatori delle guide, che hanno invece il compito di valutare se quel vino è buono, piacevole, esaltante o scarso?
A questo punto occorre fare un po’ di chiarezza, se possibile, perché ci sono delle concause, degli anelli che fanno parte della stessa catena. Infatti il problema non è dato solo dalla presenza o meno di un vino “non conforme”, quanto da una serie di meccanismi e interessi che fanno sì che la non conformità non sia determinante né tantomeno discriminante ai fini del giudizio.
Siamo seri, se fosse un limite di certi degustatori, troveremmo quantomeno una disparità di giudizio fra le guide su quei vini. Invece basta andare a confrontarle di anno in anno e tutta questa differenza non c’è, soprattutto se si guarda l’azienda più che il singolo vino. Tutti incapaci? No, affatto.
Sarà forse l’intera filiera, a partire dai vigneti fino ai disciplinari, che ha numerose falle che incrinano fortemente qualsiasi obiettività di giudizio? Mi vengono in mente, ad esempio, i sempre più numerosi disciplinari che stanno progressivamente allentando tutte le maglie possibili, affinché i produttori possano operare con sempre maggiore libertà, dimenticando che soprattutto in territori dalla lunga storia e tradizione vitivinicola, si corre il rischio di perdere le radici, la cultura, l’unicità. Mi vengono in mente, ad esempio, quei disciplinari doc e docg che prevedono la possibilità di “rinfrescare” le annate di produzione con una percentuale di altre annate, generalmente intorno al 15%. Aggiungiamo i moderni sistemi di cantina che permettono maggiori estrazioni e concentrazioni, i lieviti selezionati, le correzioni di acidità e tannini ecc. ed ecco che quei vini diventano “altro”, anche rispettando l’uvaggio previsto dal disciplinare. Diventa così, di fronte a tanta libertà d’azione, assai difficile pensare al vino come ad un prodotto della terra, valutarne la qualità se non si è in grado di sapere come ci si è arrivati. Un vino può risultare eccellente ai profumi e al gusto, grazie ad un attento e mirato lavoro di cantina, esattamente come un prodotto alimentare industriale gode dell’apporto di aromi aggiunti che lo fanno sembrare più appetibile di uno artigianale.
La sola cosa certa è che le regole, una volta date, si devono rispettare. Le furberie non sono ammesse. Se si gioca sporco e poi si viene premiati, allora non va bene, soprattutto quando da questo gioco sporco si traggono forti vantaggi lucrativi a scapito di consumatori che non hanno le conoscenze e i mezzi per potersi difendere, fidandosi proprio di chi li giudica positivamente e li esalta come prodotti imperdibili, di culto, da avere assolutamente.
Certo, poi, le regole si possono cambiare, i nostri governi lo insegnano da tempo, gli ostacoli si possono aggirare, così come la legge si può cambiare e adeguare alle esigenze del momento.
Forse ci vorrebbe una non guida, qualcuno che si prendesse la briga di segnalare le cose che non vanno, quelle che vanno assolutamente evitate, ma anche in questo caso, se è nell’indole umana trarre profitto da qualunque cosa, chi garantirebbe che quella non guida non avrebbe a sua volta interessi ben precisi e tornaconti?
Bisognerebbe andare cantina per cantina, conoscere le persone, la loro storia, attraverso le persone si capiscono i vini, perché questi rispecchiano sempre chi li produce, nel bene e nel male. Mi viene in mente Mario Soldati…
Postilla
Attendo di leggere nel dettaglio la guida de l’Espresso, di cui ho letto i vini premiati con una certa soddisfazione. Mi rendo conto di essere di parte perché ho una grande stima per Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili, coautori della guida, così come ce l’ho per i loro collaboratori Pierluigi Gorgoni, Isao Myajima, Fernando Pardini e Giampaolo Gravina, ma finalmente leggo un elenco di vini “meditati”, fuori da qualsiasi standardizzazione, molti dei quali vere e meritate new entry, vini che ho sempre apprezzato e amato. Sono cose che fanno piacere e mi lasciano ancora pensare che se si vuole si può!
Tutte queste storie perché t’hanno esaltato Roagna!
Ciao,
Pienamente d’ accordo, spesso nelle
varie degustazioni a cui partecipo
mi capita di assaggiare dei pluripremiati e altrettanto spesso
di trovarli più che normali e a volte con dei difetti…
Quando certi vini hanno potenza non strutturale o tannica ma mediatica e politica è abitudine in
italia inchinarsi e premiare…
Tante volte mi chiedo com’è possibile che, e questo è solo un esmpio, su una famosa guida nella regione alto Adige mancano aziende
come Falkenstein,Garlider,Niklaserhof,Kuenhof,Nossing,Haderburg,Niedrist,
ovvero il meglio della produzione altoatesina…
Non mi si dica le suddette aziende
producano poche bottiglie…
dobbiamo valutare la Qualità o
cos’altro???
Ho appena letto la guida dell’espresso e mi ha fatto un’ottima impressione chiarezza nell’impostazione del testo,
giudizi equilibrati e spazio giusto e meritato alle novità emergenti…
per fortuna esistono anche le alternative.
Giuseppe Sonzogni
Scusami se mi permetto. A parte che ormai non se ne può più di sentir parlare di Brunellopoli e robe del genere, perché secondo il mio modesto parere se ne sta davvero abusando e a volte sembra un modo per riempire vuoti creativi, ma sta di fatto che non sono propriamente d’accordo con questo tuo post, per una serie di ragioni:
1. se è vero che non esiste nessun metodo e strumento scientifico per analizzare un vino e stabilire se è stato prodotto da un vitigno in purezza o con aggiunta di quali altri vitigni, mi domando come puoi pensare che il naso, anche del migliore sommelier al mondo, possa rilevare un 5 o 10% di Merlot in un Brunello
2. le pratiche di cantina a cui tu ti riferisci sono tutte consentite dal disciplinare. Ma a parte questo, ringraziamo il cielo se le pratiche di cantina sono così migliorate negli anni e se finalmente ora si adottano metodi scientifici per produrre il vino e strumentazioni adeguate. O preferivi i vini che sapevano di solforosa, con lo spunto acetico, velati o squilibrati, o senza corpo, ecc. Non mi vorrai dire che il vino che produce il contadino pigiando l’uva con i piedi è migliore di un Brunello? In Francia, ti ricordo, è ammessa la pratica dello zuccheraggio (in un certo senso ben peggio del MCR), ma ciò non toglie che producano vini superlativi.
3. le valutazioni che si fanno di un vino sono di 2 tipi: organolettico, descrittive/qualitative. Sono certo che un Brunello di quelli, come dici tu, “taroccati”, superi abbondantemente l’esame organolettico, così come, peraltro, un Tavernello. Le valutazioni delle guide o di un sommelier si basano su parametri (visivo, olfattivo e gusto-olfattivo) che nulla hanno a che vedere con la corrispondenza al disciplinare. Altrimenti un Ornellaia, che nella teoria sottostà ad un disciplinare più blando di quello di un Sangiovese Doc qualunque, secondo il tuo ragionamento dovrebbe prendere un punteggio inferiore al Sangiovese Doc Pinco Pallo? Il disciplinare è uno dei mezzi per raggiungere la qualità, non è la qualità in sé.
4. non è affatto vero che “un vino può risultare eccellente ai profumi e al gusto, grazie ad un attento e mirato lavoro di cantina”, perché dai sassi non puoi spremere l’olio. E così, se non hai fatto un buon lavoro in vigna e non disponi di un terroir decente, hai voglia a lavorare bene in cantina! Prova a coltivare la vite su un terreno sabbioso o limaccioso/fertile, magari in pianura, o a usare un clone non adatto a quel terreno o a prevedere densità di impianto basse o forme di allevamento o potature sbagliate, ecc..
5. Non mi pare che i disciplinari stiano “allargando le loro maglie”, anzi, ti dirò che accade, ormai da anni, il contrario: da quelli relativi a super vini come il Barbaresco, fino a quelli relativi a vini meno blasonati come il Sangiovese di Romagna Doc, i disciplinari già esistenti vengono modificati in senso più stringente (ad es. il Barbaresco ha introdotto il concetto di vigna, che probabilmente adotterà anche il Barolo, i disciplinari di tutte le Doc della Romagna sono state riviste inserendo nuovi parametri qualitativi come la densità di impianto, la gradazione minima delle uve, ecc. – per l’Albana Docg era già avvenuta una cosa simile nel 2004, che è stata di stimolo per molti produttori che adesso fanno delle Albane davvero interessanti e di qualità).
Detto questo, sono convinto anch’io che spesso le guide abbiano un particolare occhio di riguardo per alcuni produttori e che non sempre esprimano giudizi imparziali ed oggettivi, ma questa è un’altra storia e riguarda l’ambito deontologico e morale di questi editori e giornalisti: sul dizionario di Italiano lo trovi alla voce “furbetti del quartierino”. Un male, purtroppo, molto diffuso in Italia.
Però non spariamo a casaccio su tutto quello che si muove e soprattutto non spariamo con il cannone alle mosche!
Postilla: la tua postilla mi lascia un po’ perplesso, stona un po’ rispetto ai concetti di imparzialità che hai espresso nell’articolo.
Gabo.
dovrei “volare più alto” e commentare gli interessanti spunti del tuo post, Roberto, ma mi limito al nostro orticello: grazie per la postilla. Le nostre valutazioni sui vini sono ovviamente soggettive, e su queste si può essere più o meno d’accordo, o si può dissentire completamente; ma credo che ormai tutti (o quasi…) ci riconoscano una evidente indipendenza di giudizio e una piena onestà intellettuale.
Caro Gabri,
mi spiace ma secondo me hai letto con poca attenzione.
Vediamo di chiarire:
il metodo scientifico per appurare se un vino è fatto esclusivamente con un vitigno c’è, visto che ha un margine d’errore dell’1%, il problema è che nessuno è interessato ad usarlo. In ogni caso non capisco cosa c’entra con quello che ho scritto. Non ho affermato che il naso di un degustatore dovrebbe riconoscere la presenza di vitigni estranei in un vino laddove la percentuale è del 5-10%, questo lo pensi tu. Non so se fai questo mestiere, ma ti assicuro che i vini a cui mi riferisco hanno ben altro che il 10% di vitigni estranei.
2) Le pratiche di cantina a cui mi riferisco, ammesso che siano solo quelle consentite, possono essere utilizzate in modo estremo, stravolgendo il vino fino a renderlo irriconoscibile nell’annata, nella struttura, nell’acidità, nel tannino, negli aromi di legno coprenti ecc., non parlo della pulizia del vino che è tutta un’altra cosa.
Un’annata scarsa qualitativamente deve essere riconoscibile, soprattutto se quei vigneti hanno avuto le loro belle sofferenze.
Sulla pulizia dei vini non ho detto nulla, né ho mai detto che il vino “come si faceva una volta” era migliore di quello che si fa con i metodi moderni. Sono parole tue, non mie.
3) Sulla valutazione delle guide e i loro metodi, non sono molto d’accordo. L’esame organolettico ha una funzione e una capacità d’analisi ben più complessa, maturata da anni e anni di esperienza e, soprattutto, dalla conoscenza approfondita di un territorio, altrimenti le guide sarebbero tutte uguali. Non capisco da dove ti sia venuta la deduzione che un Ornellaia, essendo Igt, dovrebbe essere valutato meno di un Doc o che la Doc è automaticamente garanzia di qualità. In quanto ho scritto non c’è nulla che possa farlo pensare. Ho evidenziato, al contrario, che le guide non hanno il compito di giudicare se un vino è taroccato, ma solo se è corretto, se non ha difetti. Però, lasciami dire, anche per esperienza personale, se un vino da monovitigno presenta colori, profumi e sapori assai diversi dal previsto, si può non considerarlo? Si può addirittura premiare un vino se è palese che è stato fatto uso di vitigni non consentiti? A meno che i degustatori non siano in grado di rendersene conto, cosa possibile ma solo quando, lo ripeto, la cosa non è palese. Non stiamo parlando di un 5% ma di ben altre quantità. E a proposito del disciplinare, questo ha come scopo primario “garantire l’origine”, ovvero il territorio, ecco perché nella valutazione dei vini è importante. La qualità non c’entra nulla, altrimenti gli Igt dovrebbero essere tutti inferiori.
4) il tuo è un esempio estremo che non ha nulla a che fare con ciò di cui parlo. E’ ovvio che la vigna è fondamentale, come lo sono l’esposizione, la qualità dell’annata, i rischi di malattie ecc. Io parlo di ben altro, ovvero del fatto che si può presentare un vino tecnicamente perfetto ma senza che rispecchi neanche lontanamente le caratteristiche della tipologia, dell’annata, del vitigno ecc. e’ una cosa ben diversa da quello che hai detto tu.
5) le maglie dei disciplinari si stanno allargando eccome, tu hai annotato la zona di Barbaresco e della Romagna, ma ci sono molte voci che sono cambiate, come ad esempio “possono concorrere altre uve a bacca x raccomandate e/o autorizzate per la provincia di…” è diventato “possono concorrere altre uve a bacca x idonee alla coltivazione nella regione”, ma ci sono tante altre voci che stanno cambiando e non hanno affatto una funzione restrittiva.
6) La postilla non stona affatto, poiché conosco molto bene le persone che lavorano alla guida dell’Espresso e ho potuto verificare che sono riusciti ad uscire dai soliti schemi, a considerare proprio gli elementi di cui parlo, con risultati finali molto diversi dalle altre guide. E questo per me è un bene.
Ora vado a pranzo…
Io continuo a pensare che per poter fare un vero salto di qualità le guide dovrebbero vivere di più il territorio. Ci vorrebbero almeno una quindicina di curatori indipendenti coordinati solo dallo stesso spirito, uguale abilità, capacità, esperienza. Ognuno ben radicato o comunque “adottato” in una singola regione (al massimo due per le regioni più piccole). Singoli o mini team impegnati tutto l’anno a degustare solo ed esclusivamente i vini di quella regione, che abbiano così la possibilità di visitare i produttori, riassaggiare lo stesso vino almeno tre quattro volte a distanza di tempo ed abbiano voce fino in fondo (con lo stesso peso di tutti gli altri), anche nella fase finale, decisiva per le assegnazioni o meno dei premi. Uscire dalla schiavitù di dover valutare campioni di vini ancora non in commercio, embrioni dal futro incerto ed imprevedibile. E chissenefrega se si tratta dell’annata precedente, l’importante dovrebbe essere la reperibilità. Solo uscendo da certe logiche si potrà fare qualcosa di veramente diverso ed innovativo.
Constato con piacere, caro Roberto, che su discorsi su cui ci siamo confrontati spesso, ora, pare di trovarci molto, ma molto più vicini.
Ciao.
Caro Mauro,
è buffo come possa capitare che quando si scrive non sempre ci si rende conto di essere sulla stessa lunghezza d’onda, magari solo perché si usa un linguaggio o si esprime un vissuto diverso.
Quello che ho scritto qui, l’ho espresso in altre forme da molti anni, evinco quindi che se sei arrivato a queste conclusioni solo ora, è perché le parole scritte mancano della presenza umana, si perdono accenti e timbri, espressioni e silenzi.
Totalmente d’accordo con il sig. Cimmino: ci vorrebbe un panel di degustatori per ogni regione o territorio, che meglio conosce i vini della propria terra e che sappia scegliere tra quelli, quali sono i più rappresentativi ed emozionanti.
Cordiali saluti
@Paolo Bargelloni
Le guide che se lo possono permettere lo fanno, non è facile avere 40-50 degustatori affidabili sparsi per tutto lo stivale.
Aggiungerei che sarebbe utile, anche se capisco che i costi sarebbero piuttosto alti, che i campioni per le degustazioni venissero prelevati direttamente sul mercato o quantomeno nelle bottiglierie delle aziende. tutti sappiamo che spesso vengono preparati i campioni “speciali” per le guide.
Robbi hai ragione ma non lo fa nessuno nei termini da me auspicati. Le uniche guide che vanno in questa direzione sono il Gambero Rosso e Duemilavini Ais ma alle finali romane i degustatori regionali non sempre hanno voce in capitolo, in altri coasi non hanno le competenze necessarie e si focalizzano solo su quei vini e quelle denominazioni che meglio conoscono. Ed i (non)risultati si vedono.
condivido le idee di Fabio Cimmino, sarebbe veramente utile e bello se in ogni regione ci fosse un gruppo di degustatori che visita le aziende o degusta i vini, per poi dare un parere sincero su quello che hanno bevuto. Per me nessuna guida attualmente fa questo, e i motivi sono diversi.
Sarebbe bello si, ma bisogna tenere presente che una guida seria dovrebbe anche retribuire altrettanto seriamente chi svolge questo lavoro, cosa che non tutte fanno, inoltre avere tanto personale sguinzagliato per ogni regione (e spesato nei propri movimenti) diventa un costo forte per qualsiasi guida. Durante l’anno poi, non esiste una data in cui TUTTI i produttori siano in grado di proporre le nuove annate, con la conseguenza di trovarsi schede aggiornate e schede no. Le guide devono rispettare anche dei tempi per la loro uscita, altrimenti non se le compra più nessuno.
Bisogna pensare anche a chi acquista, non solo esperti o appassionati, ma anche gente comune, più semplice, che vuole essere aggiornata su cosa di nuovo è stato valutato.
E per quanto riguarda la rintracciabilità dei vini, già nella situazione attuale capita spessimo che una guida esce con le nuove annate ed un certo numero di vini sono già introvabili.
Non è così semplice.
La guida deve parlare dei vini che si troveranno sul mercato quando esce, questo significa che necessariamente deve degustare in anteprima, altrimenti non serve a niente.
Robbi sono ancora una volta d’accordissimo con te. Però in merito alla disponibilità annate in guida sarei meno pessimista. Il più delle volte dipende dagli esigui quantitativi prodotti e non tanto dall’effettiva data di messa in commercio la reperibilità di una bottiglia. Come tu ben sai ci (e non ci sono) anteprime ed anteprime…