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Anteprima Amarone della Valpolicella: 65 aziende propongono il 30 e 31 gennaio a Verona l'annata 2006


Roma, 25/01/2010

Vigneto Ca' Coato presso l'azienda AntoliniSe da una parte arrivano riconoscimenti internazionali come il premio di "Regione Vinicola dell'anno 2009", che verrà consegnato proprio oggi dalla rivista americana Wine Enthusiast al presidente del Consorzio Luca Sartori, e soddisfazioni da tempo attese come la più che certa Docg per una tipologia di vino che ha una storia consolidata e, da un punto di vista commerciale, fa più nome a sé che come baluardo della Valpolicella, ovvero l'Amarone (a cui si affiancherà anche il Recioto), dall'altra sarebbe quantomeno onesto fare qualche riflessione sulle conseguenze e le derive dovute allo straordinario successo di questo vino, frenato solo ora dalla crisi con cui, ci piaccia o no, tutti dobbiamo fare i conti.
Avevamo già espresso da alcuni anni non poche perplessità sulle scelte, a nostro avviso, poco lungimiranti e dettate soprattutto dall'enorme richiesta di Amarone proveniente dai mercati esteri ( ben il 75% della produzione era destinata oltre confine nel 2008, in numeri più di 8,5 milioni di bottiglie), che hanno visto aumentare a dismisura la produzione di uve destinate all'appassimento e l'acquisizione di vigneti in aree non proprio adeguate per un vino il cui livello qualitativo dovrebbe rappresentare l'eccellenza della Valpolicella e, potremmo dire senza timore di smentita, dell'intero Veneto vitivinicolo. L'ottenimento della Docg è, infatti, in notevole ritardo - basti pensare che prima dell'Amarone l'hanno ottenuta nel 2001 il Bardolino Superiore, il Recioto di Soave e il Soave Superiore,  il Recioto di Gambellara nel 2008, il Prosecco dei Colli Asolani e il Prosecco di Conegliano Valdobbiadene nel 2009 - molto probabilmente anche per le difficoltà oggettive di definire con precisione i confini territoriali e mettere d'accordo tutti i produttori già operativi.
Come del resto è accaduto in modo evidente anche a Montalcino, in barba alle regole qualitative più elementari sono stati impiantati vitigni in zone la cui vocazione è quantomeno dubbia; se da quei terreni nascessero dei vini base, senza pretese e con prezzo modesto, non sarebbe nulla di grave, il problema è come si possa pensare di fare un grande vino se non ci sono le condizioni agronomiche, climatiche, di altitudine, di esposizione per poterlo ottenere. E questo è un peccato, perché se ci fosse una politica di territorio più intelligente e coerente, si eviterebbe il rischio di abbassare il livello qualitativo medio di una denominazione, perché non fa piacere a nessuno acquistare a 30-40 euro e più un vino che gode del prestigio del nome e della fascetta Docg ma non corrisponde necessariamente nel contenuto alla qualità promessa, anzi garantita.
Se poi aggiungiamo che in Valpolicella è stato fatto un lavoro di zonazione durato tre anni, attraverso il quale sono state definite le "Unità vocazionali" e doveva essere prodotto anche un "Manuale d'uso del territorio" (se sia stato fatto o no, non è dato saperlo), le perplessità su come si possa fare una Docg, i cui vincoli e restrizioni dovrebbero rappresentare l'apice della qualità, consentendo che ne facciano parte zone praticamente pianeggianti "per non scontentare nessuno", diventano più che legittime. E questo dispiace, soprattutto perché ci sono aziende che lavorano bene, che fanno davvero vini eccellenti ma ottenuti da vigne storiche, o comunque da appezzamenti collinari ben esposti e con quelle caratteristiche territoriali e climatiche che fanno la vera differenza e giustificano l'impegno per una tipologia di vino che viaggia su equilibri non così facili fra alcolicità elevata, zuccheri residui e acidità, fondamentale per compensare la notevole morbidezza ed evitare stucchevolezze che fiaccherebbero anche i palati più "adattabili".
D'altronde è ovvio che, sulla scia del successo, aumenta il numero di coloro che vogliono salire sul carro e godere dei benefici portati da un nome blasonato e riconosciuto in tutto il mondo; dovrebbe essere compito di enti terzi (e pensare che già il precedente ministro alle politiche agricole De Castro aveva dichiarato con convinzione che era inconcepibile che a controllare la filiera vitivinicola fossero i consorzi) porre dei confini e delle condizioni precise per assicurare che la qualità resti sempre alta e non si pieghi alle esigenze di mercato, ovvero alla legge degli sghei. A noi l'oneroso ma necessario compito di girare il territorio, conoscere chi e come ci lavora, assaggiare i vini più e più volte e fare le opportune riflessioni, in totale autonomia di pensiero, avendo sempre ben chiaro che è il destinatario finale, cioè chi compra, a dover essere tutelato e garantito nei propri acquisti.
Quest'anno tocca al millesimo 2006 mettersi in gioco presso il Salone Margherita della Fiera di Verona, sabato 30 gennaio al vaglio dei professionisti di settore e domenica 31 gennaio del pubblico accreditato. Annata che ci aspettiamo con caratteristiche sostanzialmente diverse dalla precedente, più equilibrata e con potenzialità maggiori, ve ne daremo quanto prima un resoconto dettagliato.

Per informazioni:
Ufficio Stampa italiana
Fabio Piccoli & Clementina Palese

clementina.palese@comunicalia.it

Ufficio Stampa estera
Michèle Shah

micheleshah@gmail.com

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