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Se da una parte arrivano riconoscimenti internazionali come il premio di
"Regione Vinicola dell'anno 2009", che verrà consegnato proprio oggi dalla
rivista americana Wine Enthusiast al presidente del Consorzio Luca Sartori, e
soddisfazioni da tempo attese come la più che certa Docg per una tipologia di
vino che ha una storia consolidata e, da un punto di vista commerciale, fa più
nome a sé che come baluardo della Valpolicella, ovvero l'Amarone (a cui si
affiancherà anche il Recioto), dall'altra sarebbe quantomeno onesto fare qualche
riflessione sulle conseguenze e le derive dovute allo straordinario successo di
questo vino, frenato solo ora dalla crisi con cui, ci piaccia o no, tutti
dobbiamo fare i conti. Avevamo già espresso da alcuni anni non poche perplessità
sulle scelte, a nostro avviso, poco lungimiranti e dettate soprattutto
dall'enorme richiesta di Amarone proveniente dai mercati esteri ( ben il 75%
della produzione era destinata oltre confine nel 2008, in numeri più di 8,5
milioni di bottiglie), che hanno visto aumentare a dismisura la produzione di
uve destinate all'appassimento e l'acquisizione di vigneti in aree non proprio
adeguate per un vino il cui livello qualitativo dovrebbe rappresentare
l'eccellenza della Valpolicella e, potremmo dire senza timore di smentita,
dell'intero Veneto vitivinicolo. L'ottenimento della Docg è, infatti, in
notevole ritardo - basti pensare che prima dell'Amarone l'hanno ottenuta nel 2001
il Bardolino Superiore, il Recioto di Soave e il Soave Superiore, il
Recioto di Gambellara nel 2008, il Prosecco dei Colli Asolani e il Prosecco di
Conegliano Valdobbiadene nel 2009 - molto probabilmente anche per le difficoltà
oggettive di definire con precisione i confini territoriali e mettere d'accordo
tutti i produttori già operativi. Come del resto è accaduto in modo evidente
anche a Montalcino, in barba alle regole qualitative più elementari sono stati
impiantati vitigni in zone la cui vocazione è quantomeno dubbia; se da quei
terreni nascessero dei vini base, senza pretese e con prezzo modesto, non
sarebbe nulla di grave, il problema è come si possa pensare di fare un grande
vino se non ci sono le condizioni agronomiche, climatiche, di altitudine, di
esposizione per poterlo ottenere. E questo è un peccato, perché se ci fosse una
politica di territorio più intelligente e coerente, si eviterebbe il rischio di
abbassare il livello qualitativo medio di una denominazione, perché non fa
piacere a nessuno acquistare a 30-40 euro e più un vino che gode del prestigio
del nome e della fascetta Docg ma non corrisponde necessariamente nel contenuto
alla qualità promessa, anzi garantita. Se poi aggiungiamo che in
Valpolicella è stato fatto un lavoro di zonazione durato tre anni, attraverso il
quale sono state definite le "Unità vocazionali" e doveva essere prodotto anche un
"Manuale d'uso del territorio" (se sia stato fatto o no, non è dato saperlo), le
perplessità su come si possa fare una Docg, i cui vincoli e restrizioni
dovrebbero rappresentare l'apice della qualità, consentendo che ne facciano
parte zone praticamente pianeggianti "per non scontentare nessuno", diventano
più che legittime. E questo dispiace, soprattutto perché ci sono aziende che
lavorano bene, che fanno davvero vini eccellenti ma ottenuti da vigne storiche,
o comunque da appezzamenti collinari ben esposti e con quelle caratteristiche
territoriali e climatiche che fanno la vera differenza e giustificano l'impegno
per una tipologia di vino che viaggia su equilibri non così facili fra
alcolicità elevata, zuccheri residui e acidità, fondamentale per compensare la
notevole morbidezza ed evitare stucchevolezze che fiaccherebbero anche i palati
più "adattabili". D'altronde è ovvio che, sulla scia del successo, aumenta il
numero di coloro che vogliono salire sul carro e godere dei benefici portati da
un nome blasonato e riconosciuto in tutto il mondo; dovrebbe essere compito di
enti terzi (e pensare che già il precedente ministro alle politiche agricole De
Castro aveva dichiarato con convinzione che era inconcepibile che a controllare
la filiera vitivinicola fossero i consorzi) porre dei confini e delle condizioni
precise per assicurare che la qualità resti sempre alta e non si pieghi alle
esigenze di mercato, ovvero alla legge degli sghei. A noi l'oneroso ma
necessario compito di girare il territorio, conoscere chi e come ci lavora,
assaggiare i vini più e più volte e fare le opportune riflessioni, in totale
autonomia di pensiero, avendo sempre ben chiaro che è il destinatario finale,
cioè chi compra, a dover essere tutelato e garantito nei propri acquisti.
Quest'anno tocca al millesimo 2006 mettersi in gioco presso il Salone Margherita della Fiera di Verona, sabato 30 gennaio al vaglio dei professionisti di settore e domenica 31 gennaio del pubblico accreditato.
Annata che ci aspettiamo con caratteristiche sostanzialmente diverse dalla
precedente, più equilibrata e con potenzialità maggiori, ve ne daremo quanto
prima un resoconto dettagliato.
Per informazioni:
Ufficio Stampa italiana
Fabio Piccoli & Clementina Palese
clementina.palese@comunicalia.it
Ufficio Stampa estera
Michèle Shah
micheleshah@gmail.com
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