I racconti di Alda: Lei e Lui

Lei. Lo guardo e mi domando che fine ha fatto l'uomo di cui dieci anni fa mi sono innamorata. Era alto - beh l'altezza è l'unica cosa che gli è rimasta - era snello, socievole, elegante, romantico e nello stesso tempo pratico, ben inserito nella realtà, o almeno così mi sembrava. Era tenero e generoso, ma anche capace di affrontare con fermezza problemi e situazioni difficili. Per tutto questo l'ho amato e sposato.
Lo guardo adesso, il corpo appesantito in modo sgradevole, i capelli ridotti ad un solitario ciuffo che gli ricade sulla fronte, gli occhi rimpiccioliti, lo sguardo incerto. Che n'è stato di lui? È vero, la vita a volte ti assesta pugni nello stomaco, può spezzarti il cuore e indebolire le tue energie fino a disperderle come polvere sui mobili, polvere che non puoi eliminare con un semplice colpo di spazzola, ma che se ne sta lì e ti soffoca.
È questo che gli è successo? E io allora? Non ho forse attraversato con lui le stesse difficoltà, la stessa fatica nel costruire qualcosa che poi la sfortuna, o piuttosto i nostri cattivi investimenti hanno polverizzato? Io ho cercato di andare avanti, di ricostruire, di difendermi e di lottare, lui no.
A quarant'anni perdere tutto quello che credevi di aver conquistato è dura, lo so, dover prendere atto di aver puntato su un cavallo perdente è frustrante, ma se non reagisci, se non lotti, se ti rassegni alla sconfitta come se per te non ci fossero più possibilità di ripresa, ecco come ti riduci.
Un corpo flaccido, i muscoli affondati nel grasso, lo sguardo spento, il vino sempre a portata di mano. Anche a me il vino piace, ma non l'ho mai considerato una medicina per i miei fallimenti, casomai un momento di gioia, di condivisione. Le belle serate con gli amici e quelle intime, indimenticabili, tra me e lui, questo era il vino, questo avrebbe potuto essere ancora.< br> Avevamo dei sogni e chi non ne ha? Solo che noi abbiamo fatto lo sbaglio di puntare tutto su quei sogni, illusi da incontri speciali, porte che sembravano aperte su un mondo amico e generoso, un mondo di successi, fama, soldi, felicità. Io un'affermata pianista-cantante, lui uno scrittore vincente. Non sembravano soltanto sogni, utopie, avevamo entrambi le qualità per riuscire, ma in un Paese come il nostro dove tutti cantano, suonano, scrivono, arrivare al successo e, soprattutto, conservarlo, non è semplice e tanto meno facile. Io un primo cd, con tante copie vendute, molta pubblicità, soldi mai visti prima, buoni per levarti capricci e desideri finalmente realizzabili. Ma sì, ma sì, spendi a piene mani, tanto poi ne verranno altri e sempre di più.
E lui. Un romanzo piazzato bene, una buona pubblicità, vendite soddisfacenti, ancora soldi e poi... Per me un secondo cd passato sotto silenzio, idem il secondo romanzo per lui e tutte quelle porte che sembravano aperte, improvvisamente chiuse. Fuori uno, avanti un altro.br>Per un po' tiri avanti anteponendo quello che resta dei sogni alla realtà, incapace di accettare che tutto ti sia scoppiato tra le mani come una viscida bolla di sapone, ma poi scendi dalle nuvole e reagisci, ti guardi intorno, ti dai da fare, devi sopravvivere, anzi, devi vivere.
Io del pianoforte e della voce ho fatto strumenti di lavoro, senza applausi, senza il rumore del successo, ma con una dignità che mi ha consentito di risollevarmi e di non vergognarmi di me stessa. Insegno piano e canto in una scuola di musica e mi ritengo soddisfatta. Lui no, lui è stato per mesi, per anni, immobile, deluso e vinto davanti a un computer inutilizzato e infine spento. Lui sempre più schiacciato, sempre più perdente, avido soltanto di cibo e di vino. Oh, so bene che cosa passa nella sua testa: "Ma sì, tanto c’è lei che manda avanti la baracca".
È vero, io ci sono, non lo abbandono, anche se tutti i miei sforzi per scuoterlo e per convincerlo a cercare un lavoro si sono persi nel vuoto di quello che è diventata la sua vita. Forse non ho fatto abbastanza per lui, forse non l'ho amato quanto credevo o forse ho amato l'uomo che mi sembrava fosse quando tutto andava bene e che, probabilmente, era soltanto una proiezione dei miei desideri. Ormai non riesco più a fare distinzione tra lui e la poltrona nella quale affonda, sfatto e inutile. Lui, un altro mio sogno fallito. I sogni dovrebbero rimanere tali, la vita è un'altra cosa. Lo guardo e so che "q­­­uesto" è lui.
Lui. La guardo, è sempre bella, niente di lei è andato perso, sciupato, segnato dalle disavventure, dai sogni calpestati dalle nostre stesse illusioni. Dieci anni non l'hanno cambiata nell'aspetto e nel carattere. Forte, dinamica, vitale come non mai. La guardo e so di odiarla, proprio per tutte queste ragioni. Avverto il suo sguardo su di me e riesco a interpretare perfettamente i suoi pensieri.
Mi giudica, mi considera un rottame umano, prova fastidio per me, anzi molto di più, prova disgusto, ma non se ne va, non mi abbandona. Lei ha trovato una strada per lottare, per uscire dal pantano di delusioni e di fallimenti nei quali eravamo sprofondati. Lei insegna musica, alla fine si è salvata. Io no, io non ce l'ho fatta, non ho più energie per togliermi da questa poltrona, mettermi a dieta, mollare con il vino, cercare forza nel ricordo dei tempi in cui, con lei, un bicchiere di spumante aveva il gusto dell'amore e della gioia. Perduti per sempre.
Mi vedo nei suoi occhi e provo orrore per me stesso, per come mi sono ridotto e provo rabbia per lei che, giudicandomi e girandomi intorno con il suo palpabile disprezzo mi paralizza, m'impedisce di reagire. È lei che manda avanti questa coppia che non è più tale se non nell'apparenza, non mi urla addosso, non m'insulta, non m'investe con parole dure e cariche di disprezzo, ma me lo fa pesare, ancora di più, con i suoi silenzi. Lei, l'eroina che non mi vuole abbandonare. Oh povero me, magari lo facesse. Lo so, ne sono certo, se finalmente mi lasciasse io mi risolleverei, ce la farei.
La guardo, è pronta per uscire, ha un'esitazione, poi esce dalla stanza ed è a questo punto che comincio a pregare in silenzio. Dio, supplico, fa che quando avrà chiuso la porta di casa sarà per sempre, che questa volta non torni più indietro e io sarò libero.
Verso un po' di vino nel mio bicchiere. Sarò davvero libero? Mi chiedo. O è soltanto un'altra illusione? Mi alzo con fatica dalla poltrona, un movimento brusco, il bicchiere mi sfugge dalla mano e il liquido bagna il tappeto persiano, unico segno visibile rimasto dei nostri tempi d'oro. Troppo brevi. Osservo la macchia del vino che si allarga e che forse lascerà il segno. Allungo il braccio verso il tavolo, afferro una bottiglia e ripiombo nella poltrona con tutto il mio peso. Tanto lo so che lei tornerà, che non mi lascerà mai.