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Bruno Giacosa: il Maestro silenzioso



Roma, 10/04/2009

E, continuando a stappare, Bruno Giacosa
sorride stranamente felice.
Tocca, a suo modo, lo scopo ultimo
dell'arte: una sublime inutilità.

Mario Soldati, Vino al Vino, Terzo viaggio, Autunno 1975


BUON COMPLEANNO BRUNO DA TUTTA LA REDAZIONE!

Bruno GiacosaBruno Giacosa ha passato la vita a misurarsi con sé stesso in una gara senza pause. Forse per questo non è mai stato un grande comunicatore: quando devi vedertela con un avversario del genere, ne converrete, di tempo per le chiacchiere te ne rimane ben poco. Mentre altri erano intenti a polemizzare o combattere per cause più o meno nobili, a confrontarsi sui giudizi delle guide, a cercare il consenso della critica, lui era impegnato a pretendere il massimo da sé, dai suoi collaboratori, dalle sue vigne, dai conferitori.
Oggi questo grande vecchio di Langa - siamo sicuri che non se la prenderà per la definizione - compie ottant'anni e, dopo essersi lasciato alle spalle un avversario duro come la malattia, continua a puntare al massimo, alla qualità, all'eccellenza. Sempre. Un'ostinazione e un perfezionismo che probabilmente spiegano la "favilla di follia" che a Mario Soldati parve di ravvisare nel suo sguardo nel corso di quella visita che sarebbe diventata uno dei momenti più celebrati di Vino al Vino. "Mi ricordo bene l'incontro con questo grande scrittore che era venuto per sentire il mio Arneis, un vino che stava per scomparire ma nel quale io credevo molto - ricorda - in seguito nacque tra noi un'amicizia, spesso andavo a Tellaro per portargli un po' di bottiglie, era un buon pretesto per passare del tempo assieme. Di personaggi così non ne ho mai più trovati".
Oggi Soldati non c'è più ("Se ne è andato a novant'anni passati, ma a me è sembrato troppo presto lo stesso"), mentre l'Arneis gode di un inaspettato successo, attribuibile in larga parte all'intuizione del produttore di Neive. Una dimostrazione del suo talento da négociant: le uve con le quali viene realizzato l'Arneis provengono da vigneti di diversi proprietari nel Roero. Del resto, da vigne non sue Giacosa è stato capace di tirare fuori etichette che sono entrate nel cuore degli appassionati, a cominciare da quel Santo Stefano che rappresenta un riferimento imprescindibile per chi ama il Barbaresco e il nebbiolo in generale. Altre produzioni sono state interrotte, per motivi diversi:
"Il Gallina e il Collina Rionda non li ho più fatti perché sono sorti disaccordi con i proprietari riguardanti i metodi di lavorazione, il Villero perché si tratta di un vigneto che mi ha sempre lasciato qualche perplessità, almeno parlando della porzione dalla quale io prendevo le uve".
Ma non chiedetegli se rimpiange qualcuno di questi cru in particolare:
"Quando hai due vigne come l'Asili e il Falletto non ti manca proprio niente - sentenzia senza mezzi termini - il primo è l'essenza stessa del Barbaresco, l'unico a permetterti di raggiungere tanta finezza ed eleganza. Il Falletto è invece la massima espressione di Serralunga, che rappresenta il non plus ultra per il Barolo".
Vigneti che hanno consentito a Giacosa di esprimersi come nessun altro a livelli assoluti tanto sul Barolo quanto sul Barbaresco. I meriti del vinificatore? Secondari, perché "Se non hai i vigneti giusti l'eccellenza non la raggiungi, nemmeno se sei il più bravo di tutti
".
Un'affermazione quasi scontata, non fosse che per lui le vigne davvero buone sono pochissime anche in Langa, dove a suo parere "Sono spuntati cru dovunque, anche in zone che secondo me non avrebbero dovuto neppure essere incluse nelle denominazioni".


Vigneto FallettoParla e compare molto poco, Bruno Giacosa, ma segue con curiosità e attenzione quanto gli accade attorno. I suoi sono pareri netti, immediati: vede una stampa di settore troppo affaccendata nelle polemiche e non all'altezza di alcuni esempi esteri, non è intimorito dai tentativi di omologazione perché considera quella dei modelli imposti dal mercato internazionale una strada senza futuro, ha molta fiducia nelle tecnologie - a patto che rispettino vitigno e territorio - e nei giovani viticoltori, che vede in generale preparati e appassionati. E' convinto che gli stranieri spesso siano più competenti degli italiani, ma anche che nessuno - francesi inclusi - sia in grado di realizzare vini all'altezza dei nostri.
Il Maestro guarda con molta fiducia anche al futuro della sua azienda, nella quale è già in atto da tempo un cambio generazionale che desta preoccupazione negli estimatori di vini leggendari come l'Asili, il Rabajà e il Falletto. A procurare le maggiori perplessità sono la figura di sua figlia Bruna, ritenuta da molti inadeguata a ricoprire il ruolo del padre, e il recente avvicendamento che ha visto Giorgio Lavagna subentrare a Dante Scaglione come enologo. Giacosa, invece, è certo di aver messo l'azienda in ottime mani: del resto a indicare il nome di Lavagna per la successione di Scaglione - il quale ha abbandonato per ragioni di incompatibilità caratteriale con sua figlia, come ci ha raccontato la stessa Bruna - è stato lui:
"Lo conosco da molto tempo perché suo padre è un mio collaboratore da trent'anni, ho pensato che meritasse di essere messo alla prova".
Lavagna, 46 anni, è giunto al cospetto di Giacosa dopo ben ventitré anni da Batasiolo; spiega di essere ancora oggi in soggezione e di avere rilevato la maggiore differenza tra le due aziende nel fatto che da Giacosa i tempi sono dettati esclusivamente dal vino, mentre da Batasiolo bisogna inevitabilmente fare i conti con le esigenze del mercato. Bruna si dice pienamente convinta della scelta operata dal padre, parla di Scaglione con estremo rispetto, racconta l'amarezza provata dopo aver letto qualche giudizio quantomeno irriguardoso espresso nei suoi confronti ai tempi dell'addio e sorride quando sente parlare della sua presunta inadeguatezza, spiegando di essere ben conscia delle sue capacità e dei suoi limiti e di essere decisa a seguire la traccia segnata dal padre.
Lui, Bruno Giacosa, l'uomo che da anni fa impazzire gli appassionati di mezzo mondo con le sue etichette rosse, il punto di riferimento imprescindibile per chiunque ami il nebbiolo e la Langa dei grandi vini, guarda a tutto questo con grande serenità, ancora una volta sicuro delle sue scelte. Anzi, è già passato oltre e sta pensando a quel 2007 che segnerà - dopo due anni di rinuncia - il ritorno alla Riserva per il Barolo Rocche del Falletto e a quella Vigna Croera di La Morra sulla quale ha deciso di puntare per il futuro. Il Maestro, insomma, continua a fare i conti con sé stesso, sempre alla ricerca di quell'eccellenza che porta alla "sublime inutilità" delle emozioni che solo un grande vino sa regalare. Ecco perché oggi chiunque ami davvero il nebbiolo non può che riservargli un applauso, un ringraziamento e un caro augurio.

Marco Arturi   
m.art@fastwebnet.it   
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