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Quattro chiacchiere (e degustazioni) con Cesare Avenia dell'azienda Il Verro

8 luglio 2013

Cesare Avenia - Il VerroDialogando con Cesare Avenia, uno dei fondatori dell'Azienda Agricola Il Verro e manager ai vertici di una grande multinazionale, mi colpisce da subito il suo entusiasmo per la riscoperta dei valori della tradizione, alla quale sta riservando tutto il suo impegno per riscattare il patrimonio vitivinicolo del suo territorio di origine.
L'azienda si trova in località Acquavalle a Lautoni, una piccola frazione a pochi km da Caserta. E' circondata da un meraviglioso bosco che incornicia il vigneto di Pallagrello bianco, il quale appare ai nostri occhi subito dopo aver superato il cancello di ingresso e percorso un bellissimo viale contornato da ulivi. A questi si vanno ad aggiungere numerosi alberi di noci e ciliegi che valorizzano 12 ettari di terreno, ai quali si sommano i 3 vitati costituendo l'intera proprietà.
Pallagrello bianco, dunque, ma anche Pallagrello nero, Casavecchia e, non da ultimo, il Coda di pecora da poco riscoperto, sono le varietà che concorrono alla produzione vinicola. Tutti i filari, impiantati con il sistema guyot, ricevono moltissima luce e, grazie anche all'autorevole presenza boschiva, sono sottoposti a significative escursioni termiche che si traducono in una buona freschezza, nota costante di tutti i vini.
Per le loro etichette, la cui produzione totale media si aggira intorno alle 20.000 bottiglie all'anno, hanno scelto esclusivamente nomi riconducibili al territorio locale: ad esempio, il Monte Maggiore è, appunto, il monte che sovrasta la zona, mentre il Verginiano si riferisce ai frati di un vecchio eremo, devoti alla Vergine. Il Lautonis deve il nome alla vicina frazione di Formicola dalla quale si passa per arrivare all'azienda agricola.


Vigna Bosco

Chi sono i protagonisti dell'Azienda Il Verro? E da dove parte la tua personale storia legata al vino?
Siamo 5 amici, ci conosciamo fin dai primi tempi della scuola e siamo rimasti uniti anche durante i corsi universitari a Napoli, nonostante seguissimo tutti studi diversi. Poi ognuno di noi ha intrapreso le proprie carriere, senza però mai perdere di vista gli altri quattro e un giorno, ormai adulti, abbiamo deciso di creare qualcosa insieme.
Mi ricordo che, a quel tempo, lavoravo nella sede di Londra e, un po' complice la forte nostalgia di casa, raccontavo spesso ai miei clienti la storia che nella mia bella Campania mi occupavo anche di vino. In effetti posso dire che ho solo precorso di poco i tempi prima che le mie fantasie si trasformassero in reali obiettivi. Infatti, talmente affascinato da questa idea, proposi ai vecchi amici di occuparci per davvero di vino e iniziare la ricerca di un posto tutto nostro.
Dopo poco meno di 2 anni, venimmo a sapere di un piccolo vigneto di Casavecchia in vendita, facente parte di una proprietà più grande divisa tra fratelli che, come talvolta accade, non avevano intenzioni comuni. Alla fine, siamo riusciti nell'intento di convincere tutti a vendere le loro porzioni di terreno e ci siamo ritrovati con i primi 10 ettari di ciliegi, rovi e qualche vite.
Nel 2003, finalmente, costituimmo la nostra società che, ad oggi, conta 3 ettari vitati a Pallagrello bianco, Pallagrello nero e Casavecchia, più un piccolo appezzamento per il recupero del Coda di pecora. Abbiamo un solo dipendente a tempo pieno che si occupa della cantina e delle vigne e ci avvaliamo della consulenza di un bravissimo agronomo, Angelo Silano, di Vincenzo Mercurio, enologo di grande e riconosciuta esperienza e di Antonella Amodio, nostra preziosa responsabile commerciale.


L'insegna del Verro

Raccontaci del tuo primo vino.
Il primo rosso lo chiamammo Bastardone. Proveniva dall'assemblaggio dei diversi vitigni che trovammo lì e che vinificammo nel nostro garage! Non fu mai commercializzato. Facemmo anche un tentativo con il bianco che, per le sue sfumature dolciastre, chiamammo Dulcinea. La grande soddisfazione arrivò con il primo vino serio: il Montemaggiore 2005, con il Casavecchia in purezza, del quale producemmo solo 250 bottiglie, che portai tutte nella mia sede aziendale in Svezia per festeggiare un grosso successo con i colleghi. Poi fu la volta del Verginiano, il primo bianco ottenuto da Pallagrello bianco in purezza.

Quale, tra le diverse etichette prodotte, ritieni sia il vino che più rappresenti Il Verro e quello che stappi più frequentemente alla tua tavola?
Senza dubbio ci sentiamo rappresentati dal Montemaggiore. La nostra vera sfida per affermare la nostra territorialità. A casa, invece, non perdo occasione per stappare il Verginiano. È mia personale convinzione che si accompagni con grande versatilità a tutti i piatti, carne rossa compresa. Ma anche lo Sheep, ultimo, nato sta già affermando la sua forte personalità e ne andiamo molto fieri.

Vigna Bosco da un'altra angolazione

Gli autoctoni, il recupero di uve quasi dimenticate: una scelta per certi versi difficile che si traduce in un profondo legame con il territorio. Quanto ritieni determinante il "terroir" nei tuoi vini?
È un legame fondamentale: questa è la terra dei nostri nonni. La motivazione che ci ha portato ad impegnarci così tanto in questa avventura, che indubbiamente non ha grossi riscontri commerciali né tantomeno ci arricchisce, è proprio il riscatto di una terra purtroppo nota quasi solo per le vicende di camorra e gli scandali legati alle discariche abusive. Qui, invece, pur essendo comunque nel pieno casertano non c'è traccia di tutte queste negatività e quest'atmosfera si avverte sensibilmente in tutte le zone circostanti. Riteniamo importantissimo investire in questi luoghi per far conoscere un territorio sano che non ha nulla da invidiare a molte zone dell'Umbria e della Toscana e che, dunque, merita di essere riscattato. Sappiamo che nei dintorni ci sono ancora molte realtà incontaminate, ma ormai abbandonate. Dobbiamo tornarci e riqualificarle. Questa esigenza è emersa da tempo anche grazie all'impegno di chi già prima di noi ha creduto in questo territorio. Noi ci siamo aggiunti con la scommessa del Casavecchia, per farlo diventare il barolo del sud. Il nostro Montemaggiore ha questa grande ambizione e merita il dovuto rispetto.

La produzione è basata esclusivamente su vini da monovitigno. Perché questa scelta?
Non sono contrario ai blend, ma la produzione di questi ultimi è un processo che, secondo me, deve attuarsi solo dopo che hai espresso qualcosa con il monovitigno per poi trovare negli assemblaggi quel qualcosa in più. Noi siamo solo all'inizio, quindi rispettiamo i tempi, non abbiamo fretta e poi un giorno vedremo se tentare nuove strade. In zona è abbastanza tipico trovare il blend di Casavecchia con il Pallagrello nero, questo per accelerare la maturazione del primo. Io preferisco aspettare, come dicevo, non ho obiettivi commerciali, ma principalmente il recupero del territorio.

Il viale degli ulivi

La conversione al biologico: quando e perché?
Abbiamo iniziato le pratiche un anno fa e, augurandoci che vada tutto bene, tra due anni otterremo la certificazione. Ultimamente abbiamo cambiato l'agronomo e anche il nostro enologo ha spinto molto in questa direzione. Noi, all'inizio, non capivamo il perché di questa scelta, tra l'altro eravamo molto preoccupati di perdere il vino, invece la sua intuizione si è rivelata molto felice. Abbiamo cambiato i sistemi di trattamento e le annate vanno bene, non ci sono malattie, le piante non vengono attaccate dalla peronospora. Abbiamo anche un bellissimo bosco incontaminato intorno ai vigneti che li protegge.

Cosa, fra quel quel che è stato detto dei tuoi vini , ti ha gratificato maggiormente?
Apprezzo molti i commenti delle persone locali che bevono il mio Casavecchia e lo definiscono "sincero".

Una critica ricevuta?
Qualcuno mi fece notare che il Verginiano lo sentiva troppo alcolico. Per cui ci siamo interrogati e l'enologo ci disse che il Pallagrello bianco è a rischio surmaturazione in pianta anche con l'attesa di un solo giorno. Inizialmente, i controlli in vigna all'approssimarsi della vendemmia erano certamente costanti, ma in effetti non sempre giornalieri. E come è noto, questo maggiore apporto zuccherino si traduce in un alcol più evidente, che adesso siamo molto più esperti nel controllare, a partire proprio dal prestare un'attenzione più puntuale in vigna.

Filari di Vigna Bosco

In una società proiettata verso la globalizzazione e spesso orientata - purtroppo - ad un consumismo di massa di sapori appiattiti e standardizzati, come affronta il mercato e come riesce una piccola Azienda, impegnata esclusivamente al recupero di vitigni autoctoni, a farsi riconoscere e apprezzare dai consumatori, specialmente in un tempo di crisi che registra un forte calo dei consumi del vino?
Noi cerchiamo di farci conoscere facendo assaggiare il più possibile i vini. Ci siamo resi conto che, inoltre, in un momento storico in cui si incontrano grosse difficoltà anche nel riscuotere quei pochi proventi delle vendite, alle diverse manifestazioni a cui partecipiamo, se l'etichetta non piace le persone non si fermano nemmeno a degustare il vino.
C'è bisogno di lavorare tanto e bene in vigna quanto nel marketing e nella comunicazione, sia per affermarci nelle tavole degli italiani ma, anche e soprattutto, se vogliamo incrementare le esportazioni all'estero, specie nei nuovi mercati inglesi e asiatici dove riteniamo che il Montemaggiore possa rappresentare al meglio la sua identità territoriale, con una struttura e con i suoi profumi che ritengo siano particolarmente "convenzionali" ai palati stranieri.


Barriques Casavecchia

Come riesci a conciliare il tuo incarico ai vertici di una multinazionale con quello di "vignaiolo"?
In realtà, io ora riesco a portare avanti i miei onerosi impegni aziendali grazie al fatto che ho questa passione che mi dà una grande energia e, soprattutto, la possibilità di scaricare durante il week-end lo stress della settimana. Appena arrivo tra i miei vigneti vado a mettere i piedi nella terra e scarico tutte le tensioni.

Qual è il traguardo raggiunto che vi ha dato maggiori soddisfazioni e quali sono i futuri progetti della tua Azienda Agricola?
Un primo vero traguardo è stata la festa organizzata il 28 giugno, appena passato. L'abbiamo chiamata "La scoperta di Tenuta Il Verro&", dove abbiamo invitato molti amici, appassionati ed esperti autorevoli del settore. Abbiamo ricevuto una grande risposta, pure da quelli che avevano sentito di noi e che poi ci hanno confidato che non avevano capito pienamente il senso del nostro lavoro. Questo mi fa pensare che, forse, abbiamo lavorato sempre un po' nell'ombra, ma anche che stiamo andando nella direzione giusta, nonostante le problematicità di questo difficile territorio.
Vogliamo continuare a lavorare bene con la stessa grande passione e responsabilità. Siamo ancora lontani dal raggiungimento del nostro obiettivo di riaffermazione del territorio. Stiamo lavorando per passare al biologico e continueremo a spingere su mercati nuovi anche se, a dir la verità, mi spaventano le grandi dimensioni, quindi ci auguriamo di crescere ma gradualmente, continuando, per il momento, a perseguire soltanto la sostenibilità della nostra iniziativa di riscatto.


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LA DEGUSTAZIONE

Sheep 2012Sheep 2012 (€ 8.50 in enoteca)
Il vitigno Coda di pecora è ancora in fase di sperimentazione. Della pratica se ne occupa in prima persona l'agronomo Angelo Silano che, non appena verranno raggiunti i requisiti, ne chiederà il riconoscimento.
La prima annata prodotta in purezza è stata la 2011, con solo 600 bottiglie. Il recupero effettivo di questo vitigno che i locali davano per perso, nonostante fosse rimasto qualche filare, è iniziato tra il 2007 e il 2008 con le barbatelle ottenute in vivaio e con altri innesti su piede di vite americana.
È stato vendemmiato tardivamente nella prima settimana di ottobre e proviene da quell'unica porzione di terra che, a differenza delle altre più scure e ferrose, è ricca di scheletro e gesso. Il vino si apre al bicchiere con un'intensità floreale di petali bianchi e un registro principalmente minerale chiaro, con richiami nettamente gessosi. La mandorla fresca fa da apripista alle erbe aromatiche, con salvia e rosmarino in primo piano, accompagnate da profumi fruttati di mela e pesca acerba a polpa bianca.
All'assaggio, a causa del recente imbottigliamento avvenuto solo i primi di giugno, ci appare un po' scalpitante, l'acidità presente in grande quantità deve ancora trovare la sua dimensione, ma la spinta minerale e i ritorni coerenti delle erbe aromatiche si allungano, circondati dalla sapidità, verso una chiusura pulita e piacevolmente amaricante.
Fresco e stuzzicante, merita di essere premiato per le sue doti di longevità evidenti e l'ottima bevibilità. Squisito accompagnamento per piatti a base di pesce azzurro, si sposa bene anche con formaggi delicati a pasta molle.
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Verginiano 2012Verginiano 2012 (€ 8.50 in enoteca)
Sono ormai giunti alla quarta vendemmia che offre un Pallagrello bianco dalle sfumature paglierine, ricco e setoso già al naso. Tutte le gradazioni di bianco e giallo concorrono al corredo aromatico floreale e fruttato, dalla zagara alla rosa bianca, dal fiore di mandorlo alla ginestra, per lasciarsi coinvolgere dai toni maturi di pesca e melone dolce. Note delicate di anice e finocchietto lasciano poi il posto alla delicata pungenza del pepe bianco.
Seppur appena imbottigliato, avvolge il palato fin dal primo sorso grazie all'apporto proporzionato della glicerina e dell'alcol che vengono ben bilanciati dall'acidità, anche qui presente in grande quantità. Certamente la sua mineralità deriva da un terreno rosso e ferroso che si traduce anche in una tessitura compatta che si amplia nel centro bocca e porta ad una chiusura gustosa, coerentemente fruttata ed aromatica, sapida e persistente.
Scontato con il pesce in diverse preparazioni, valido in abbinamento a carni bianche, spaziando tra maiale e pollame, ma perché no, anche degno compagno di primi piatti di pasta all'uovo.
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Lautonis 2011Lautonis 2011 (€ 8.50 in enoteca)
Imbottigliato a luglio2012, questo Casavecchia in purezza, che ha dimorato solo in acciaio, si presenta di un rosso rubino profondo contornato da una vivace unghia violacea. Frutta rossa e fruttini scuri, partendo dalle amarene e le ciliegie fino alle more e mirtilli neri, delineano un profilo olfattivo fresco e croccante.
Spunti floreali di viola si alternano a sensazioni appena percepibili di tabacco, una spolverata di pepe e sentori più evidenti di mallo noce.
In bocca ci sembra di masticare un petalo di viola e, coerente ai suoi profumi, il vino si lascia apprezzare per la sapidità che avanza tra i tannini in piena fase di integrazione disegnando un quadro gustativo in piena evoluzione.
La grigliata mista, fuor da ogni dubbio, è la pietanza ideale a cui accompagnarlo.
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Montemaggiore 2010Montemaggiore 2010 (€ 16.00 in enoteca)
Dopo un lungo e abbondante anno di maturazione in barrique nuove e 6 mesi di affinamento in bottiglia prima di trovarlo in vendita, il vino si presenta rosso rubino compatto, quasi impenetrabile e con l'unghia ancora violacea, segno distintivo di un processo evolutivo appena agli inizi.
Il comparto olfattivo si gioca tutto su toni scuri a partire dalla viola, i petali rossi macerati, le more e il rabarbaro. Via via che il vino prende aria, avanzano sensazioni carnose sul filo dell'ematico e poi terra, tabacco e china per un finale più balsamico sfumato dalla percezione piacevole di erbe amaricanti.
La pulizia che contraddistingue l'assaggio è anche dovuta all'attenta selezione dei grappoli fin dalla vendemmia. Infatti, solo gli acini migliori di Casavecchia vengono utilizzati per questo vino, portabandiera dell'Azienda, il resto pur sempre di alta qualità viene vinificato per diventare Lautonis.
I tannini sono ancora un po' acerbi, ma hanno solo bisogno di tempo per integrarsi perfettamente nella trama materica stretta dall'acidità, come sempre prevalente.
L'apporto del legno ci svela la sua presenza lasciando affiorare morbide sensazioni vanigliate, senza comunque risultare invasivo. È però, a mio avviso, condivisibile la scelta di passare a contenitori più capienti delle classiche barrique, come avvenuto già dall'annata 2011 per far percepire al meglio tutte le doti di queste pregiate uve. Il filo conduttore sapido che ha contraddistinto tutta la produzione de Il Verro, accompagna il finale di rabarbaro e viola di un vino che saprà trovare presto il riscatto che merita.
4 meritate chiocciole, in attesa di riprovarlo in nuove e più consapevoli annate, con anche la maturità di qualche anno in più. Carni rosse ma anche selvaggina e arrosti importanti sapranno valorizzare ogni bicchiere.
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