lavinium editoriali

L'enigma dell'imbottigliamento all'origine

Roma, 25/11/2010

La SfingeFatico a credere che nessuno sappia, anzi, sono convinto che buona parte dei produttori vinicoli, così come buona parte degli enologi, dei consorzi, delle federazioni, dei giornalisti, di coloro che sono professionalmente inseriti in questo settore che, dopo lo scandalo del metanolo era riuscito con coraggio e fatica a conquistare un posto d'onore e diventare l'elemento trainante dell'agricoltura italiana, siano ampiamente informati e consapevoli di quello che sta accadendo nel mondo delle denominazioni di origine. Ne avevano iniziato a parlare il 26 ottobre Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili sul loro blog, con un titolo tristemente ironico, "Imbottigliato all'origine (o giù di lì)", ponendo subito l'attenzione su una nota del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali del 10 maggio 2010 che fornisce una nuova, imprevista interpretazione della dicitura "imbottigliato all'origine". Gli autori segnalavano che "...sulla scorta delle più recenti disposizioni in fatto di etichettatura (dicembre 2009), si spinge (il MIPAAF, ndr) ad autorizzare l'uso della dicitura imbottigliato all'origine anche nel caso in cui il produttore "si sia limitato a imbottigliare nella propria azienda agricola, oltre ai propri vini, anche vini acquistati da terzi, sempre ottenuti nell'ambito della zona di produzione, pur assicurando la prevalenza della produzione globale dell'azienda, così come previsto dalla specifica normativa in materia". Non basta. Sembrerebbe che con tale disinvolto allargamento si possa arrivare a utilizzare - sempre quando si usa la suddetta dizione - fino al 49% di vini acquistati. Non basta ancora, e qui viene il bello: pare che tale 49% non riguardi la percentuale ammessa per singolo vino, ma la percentuale sul totale della produzione aziendale. In altre parole, se le cose stessero così, un produttore potrebbe vendere un vino fatto al 100% da vini comprati, e tuttavia indicare in etichetta la rassicurante scritta imbottigliato all'origine. Occorre sottolineare en passant che sul piano formale tali vini acquistati dovrebbero comunque provenire dalla stessa zona a DO, e non da altre aree (o peggio altre nazioni e/o continenti). Come si vede, usiamo molti condizionali preoccupanti."
E' evidente che la questione è complessa e giustamente gli autori pongono delle domande che avrebbero dovuto quantomeno stimolare delle risposte, possibilmente chiarificatrici. Dal canto mio, visto che anche io ne ero venuto a conoscenza, ho pubblicato quasi in contemporanea sul nostro blog Esalazioni etiliche un articolo dal titolo "Imbottigliato all'origine? Si, forse, non so, dipende...", dove riportavo il contenuto esatto dell'articolo n. 3 del DM 23/12/2009 del MIPAAF, nel quale veniva citato - e interpretato - l'art.56 del Regolamento CEE 607/09, su "Indicazioni dell'imbottigliatore, del produttore, importatore e venditore - Qualificazioni dell'imbottigliatore". Concludevo il mio articolo auspicando che il Ministero (o chi per lui) potesse fare chiarezza sulle perplessità da noi poste, ma al momento non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

imbottigliamentoE non è finita qui. Un ulteriore documento, di cui oggi fanno menzione Rizzari e Gentili in un nuovo articolo dal titolo "Imbottigliato qua e là, da", questa volta proveniente nientemeno che dall'Ispettorato Repressione Frodi, datato 6 novembre 2010, in risposta ad un interrogativo posto da un ufficio periferico in merito "alla liceità dell'uso dell'espressione imbottigliato all'origine" nel caso di "due vini fermi acquistati totalmente da terzi, e in un caso proveniente da una zona di produzione diversa da quella aziendale, quando si effettui in azienda la sola operazione di imbottigliamento". Come risponde a questo tutt'altro che casuale interrogativo il Dipartimento dell'Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e Repressione Frodi dei Prodotti Agro-Alimentari? "Al riguardo si fa presente che la competente Direzione generale del Dipartimento delle politiche competitive del mondo rurale e della qualità (...) ha comunicato che l'indicazione della citata espressione risulta conforme all'articolo 3, comma 1, del DM 23 dicembre 2009, purché sia assicurato che, dal punto di vista quantitativo, la produzione globale dell'azienda agricola in questione sia prevalente rispetto a quella delle citate partite di vino acquistate da terzi". A questo punto le nostre perplessità cominciano a solidificarsi in drammatica certezza.
Un fatto del genere, a mio avviso, dovrebbe quantomeno suscitare qualche indignazione, prima di tutto da parte dei produttori, nella migliore delle ipotesi mettere in moto la stampa, produrre discussioni e dibattiti, stimolare un intervento chiarificatore da parte degli organi istituzionali. Invece, l'argomento sembra passare in sordina, quasi come se affrontarlo sia impegno troppo oneroso e rischioso, pertanto meglio vivere tranquilli, distrarsi con altre faccende, meno se ne parla meno problemi ci saranno. Ma tutto questo fa bene al mondo del vino? E oggi, in questa fase di crisi acuta in cui si fatica davvero a rimettere in moto la baracca, un segnale di così indubbia ambiguità può essere di stimolo per chi, già in difficoltà economiche, dovrebbe essere ancora disposto a mettere mano al proprio portafoglio per acquistare un "prodotto alimentare non identificabile"?